domenica 30 novembre 2003

In Inghilterra... sognando l'Italia

30 Novembre 2003 _ Torquay, South Devon, United Kingdom
Sto sorseggiando annoiato la mia seconda birra, in un rumoroso e fumoso Pub, uguale a tanti altri, dove, superata la maggiore età, uomini e donne inglesi trascorrono le migliori ore della loro vita, fino alla vecchiaia. Il mio sguardo cade su un polveroso scaffale pieno di vecchi libri, di seconda mano, comprati da qualche rigattiere, allo scopo di dare un tocco “di cultura” all’ambiente.
Ne sfoglio alcuni: romanzi, gialli, racconti brevi, poesie, addirittura un manuale di zoologia e un trattato di economia. Poi un grande libro con la copertina rossa. Lo apro casualmente e, sorpresa delle sorprese, nella pagina a destra, al centro, in una grande spazio vuoto, in corsivo, un breve testo in Italiano.

"Trovommi amor del tutto disarmato

et aperta la via per gli occhi al core,

che di lagrime son fatti uscio e varco".

Leggo alcune pagine, che precedono la poesia, per conoscere l’autore e capire in quale contesto e per quale motivo viene citata. Scopro che appartengono a Petrarca, autore di mia scolastica memoria, che io non ricordavo così “romantico”. L’autore dice: “Si, quest’uomo aveva capito proprio tutto dell’amore”. Sono incredibilmente incantato da questi versi, tanto belli che, un Inglese con “farfalle nella pancia”, li preferisce ad un “Sonetto d’amore” di Shakespeare.

Comincio a fantasticare...

Mi piace pensare che li abbia letti la prima volta in Italia, durante un viaggio oltre i confini dell’Isola Britannica, viaggiando nelle valli di un Italia, fatta di monti, colline, pianure, di gente che parla, scrive, ama. Sentendo gli odori delle campagne, dei campi di grano, dei vigneti, delle mandrie e delle greggi, dei cieli blu, assolati, le notti stellate. Ascoltando il fruscio dei fiumi, dei torrenti, il canto delle cicale, il cuculo, lo stridio delle rondini, le urla nelle strade, l’organetto che suona e la madre che chiama i figli. Mi piace pensare che li abbia fissati nella sua mente, leggendoli, sotto una pergola che mitiga i raggi di agosto, con a tavola i sapori di pecorino, prosciutto, l’odore della pasta e fagioli e dell’aglio rosolato. Il vino rosso che scende nel bicchiere e che macchia la tovaglia rossa a quadri liberando aromi che profumano di nostalgia… Bevo, ma non è vino! È solo insipida birra.
Improvvisamente il suono della campana delle 23 e un drammatico urlo “Go out! Please!”, interrompono definitivamente il mio “sogno italiano”. Rimetto a posto il libro. Ingoio forzatamente le ultime gocce di liquido contenute nel mio bicchiere ed esco per strada, e mi ritrovo circondato da orde di ragazze sgraziate e seminude e ragazzi vocianti ubriachi. Così, mi avvio, sotto un cielo buio di pioggia leggera, verso una casa che non mi appartiene, in una città alla quale non appartengo.

martedì 28 ottobre 2003

Prenderti per la gola

Prenderti per la gola


Eccomi a casa finalmente solo. I bambini dalla nonna.

Sto preparando una cena che ti lascerà senza fiato. Il tavolo è apparecchiato per due. Due bicchieri per ognuno: uno per l’acqua e l’altro per il vino. Avrei dovuto metterne un altro ancora… ma con il menù di stasera il vino bianco non si combina.

Ho messo anche le candele, come si addice ad una cena romantica, per le occasioni importanti. I fiori: un mazzo di rose rosse al centro del tavolo. La musica: sono indeciso, ci vorrebbe qualcosa di lento, dolce, magari jazz. Ma dove lo prendo? Io ascolto solo musica etnica e rock. Una tarantella non mi pare proprio il caso. Però forse David Silvian potrebbe andare bene: fa un po’ di atmosfera.

Un po’ di olio di Lavanda, per profumare di fresco la stanza.

Torniamo al menù. Cominciamo con un bell’antipasto vegetariano: melanzane rosse di Rotonda alla griglia, pomodorini ripieni e funghi sott’olio. Qualche scaglia di formaggio pecorino di Moliterno. Una fetta di lardo di colonnata e lenticchie di Norcia.

Ho preparato addirittura due primi. Il primo “primo” è una tagliatella al sugo di cinghiale (rigorosamente di bracconaggio che mi ha portato un amico assessore all’ambiente del comune di Tardonio). Ci ho messo poco poco di pomodoro e una grattatina di tartufo nero dell’Irpinia. Il “secondo” invece è una bella minestra tappi e fagioli (di Sarconi) al pomodoro con peperoncino piccante. Li servirò caldi caldi, uno alla volta.

Sui secondi riprendo il cinghiale che ho cotto in umido e lo servirò insieme ai funghi porcini e peperoni di Senise. Ho messo poco aglio: salviamo l’alito. Dopo il cinghiale due pezzetti di capretto con patate di Colfiorito. Anche questo al forno, profumato con timo, origano e salvia.

Il dolce? Non ci ho pensato e comunque non avevo molto tempo. Ma una bel semifreddo al torroncino non sarebbe stato male. Però ho preso il gelato fatto in casa qui alla pasticceria. E poi troppi dolci fanno ingrassare… anche se un bel dolce con mele, noci, miele e cioccolato…

Il caffè? si alla fine un bel caffè… per rilassarmi.

Quando arriverai, ti farò accomodare al tuo posto, ti verserò un bicchiere di vino e mentre sarai lì lì per aprire bocca e lamentarti su come ho disposte le stoviglie sul tavolo… prima che cominci a chiedermi che schifezze ho preparato… prima ancora che tu dica che i fiori sono un inutile spreco… che odi il profumo di lavanda… che non c’è nulla da festeggiare… che è da pazzi cucinare tutta questa roba… che la carne non ti piace… che i fagioli fanno male…che la pasta ingrassa… che il vino ubriaca… ti passerò alle spalle… ti prenderò per la gola e stringerò forte forte… finchè sentirò il tuo ultimo respiro, il tuo cuore dare l’ultimo “toc”.

E finalmente non dirai una parola… e potrò mangiare quello che mi pare!

Il Cigno

Un giorno un cigno volò raso sui tetti del villaggio.
Il barista uscì dal Bar e guardando in su disse: guardate sembra un… un…
Tutti gli avventori seguirono il suo sguardo e cominciò un dibattito su quanto pesasse, da dove venisse, ma soprattutto cosa fosse.
Il bambino sorridendo disse: è bianco.
La bambina rispose: no! è bello.
Il Contadino asciugandosi il sudore disse: sembra un angelo.
Il Prete disse: è la prova dell’esistenza di Dio.
La Massaia disse: avrà fame.
La Madre disse: sta cercando i suoi figli
Il Padre disse: sta cercando dove costruire il suo nido
L’autista ne approfittò per fermarsi a pisciare e lo guardò senza dire nulla.
Il barbiere disse: no, non porta sventura.
Il vecchio disse: io ne ho visti anche più grandi.
Lo scemo del villaggio gridò sulla piazza: è un cigno, è un cigno.
Il cacciatore disse: non so cosa sia, da dove venga e dove vada, se sia creatura del diavolo o porti buona sorte, se serva a qualcuno qui o altrove, a malapena ne percepisco i colori, la sagoma, il verso… ma di una cosa sono assolutamente certo: È MIO!

sabato 25 ottobre 2003

Der Tag Des Donners




Siamo partiti dalla terra del ghiaccio e della neve, dove d’estate il sole illumina anche la notte.
Abbiamo viaggiato attraverso la terra dove corrono i Bisonti e soffia la Borea (1). Abbiamo viaggiato tra le valli e i monti di questo paese caldo e solare che chiamano Italia.
I nostri antenati hanno vagato come bestie nelle pianure del Nord cacciando Uri e Bisonti (2), sfuggendo alle tempeste, patendo la neve per molti mesi l’anno e mangiando carne secca e cruda.
Per troppi anni siamo stati chiamati Barbari a causa delle nostre Lunghe Barbe bionde (3), insultati di essere sporchi e di puzzare come Ziegenbock (4). Per troppi anni abbiamo difeso i confini dell’Impero, come carne da macello, tra le Legioni Romane, gli Schiavi (5) e gli Avari(6) dell’Est, senza goderne le ricchezze. Per troppi anni ci hanno detto che i nostri Dei erano falsi. Ma se Wodan (7) non avesse voluto non saremmo qua.
Adesso abbiamo superato il Wald (8) e davanti a noi c’è il Paradiso: orti ricchi di frutta, fiumi tiepidi che non gelano mai, Stainberga (9) scaldate dalla legna delle montagne. Questo è il Paradiso che Wodan non può averci negato.
Abbiamo sacrificato sia a Wodan che al Dio dei Romani i nostri bianchi Tori (10) migliori. E Il Dio dei Romani non ci ha fermato. Non ci fermerà perché il nostro è stato un lungo viaggio. Se siamo passati sul fiume di Roma, ci lascerà passare anche sul Lao. Siamo giunti fin qua per dominare questi popoli e lo faremo. Se non ci fermeranno le croci dei Cristiani, vuol dire che il loro Dio ci ha eletti per dominarli.
Pianteremo il nostro albero sulla piazza di ogni villaggio, avremo tutti Stainberga da abitare, Zimma (11) per i nostri animali, una Land (12) da coltivare. Ogni uomo avrà donne scure e dai capelli neri come la notte. Le donne avranno un marito che lavorerà per loro.
Se necessario stermineremo chiunque tenterà di fermarci. Muoveremo guerra e il sangue scorrerà. La terra sarà ancora più fertile dopo che avrà accolto il nostro e il loro sangue.
Quando la nebbia si sarà diradata usciremo dal Wald e scenderemo nella Vallis Laini (13) come tempesta di fuoco, veloci come il vento, con la furia di una tormenta di grandine.
Combatteremo e vinceremo perché oggi è Donnerstag (14): il Giorno del Tuono!!!!

Note

Racconto liberamente ispirato alla canzone “Immigrant Song” dei “Led Zeppelin”. Se ne consiglia l’ascolto leggendo)
Consulenza linguistica di Susanne Wald


Glossario
1. Borea = vento del nord diventato poi "Voria" nel nostro dialetto.
2. Le pianure del Nord Europa erano popolate da mandrie di Bisonti e Buoi selvatici (Uro). Quest’ultimo estinto ufficialmente nel 1627 in Polonia.
3. Longobardo = nome attribuito a questo popolo (Winnili) probabilmente per l’usanza di portare lunghe barbe. 4. Ziegenbock = caprone, forse ha dato origine al nostro “Zìmmaro”.
5. Schiavi= Schiavoni o Slavi.
6. Avari = Popolazione di origine mongolica, come gli Unni di Attila, spinsero le popolazioni germaniche verso Ovest. Quest’ultime spesso utilizzate dall’Impero Romano come alleati per difendere i confini esterni.
7. Wodan = Odino, principale divinità germanica. I Longobardi convertiti dal Paganesimo all’Arianesimo hanno per anni mantenuto tradizioni religiose germaniche, combattuti tra la conservazione della loro cultura e la conversione al Cristianesimo.
8. Wald = dal germanico Foresta. Derivano da Wald alcuni toponimi come Galdo, Gaudo, Gualdo. Guarda caso proprio tra Castelluccio Sup. e la località Galdo di Lauria esiste anche il toponimo Foresta.
9. Stainberga = dal Longobardo Stain=pietra e Berga=casa. Ha dato origine al termine italiano Stamberga. Evidentemente le case in pietra non erano comuni tra i popoli nomadi se era necessario specificarne il materiale di costruzione.
10. Le attuali razze bovine Podoliche comuni in Italia sono state portate in Italia dai Longobardi (Podolia= regione storica dell’Est Europeo)
11. Zimma = nel nostro dialetto indica una stanza usata per l’allevamento di animali. Deriva probabilmente dal Germanico Zimmer.
12. Land = Terra, terreno. "Auf der land" in tedesco significa “in campagna” e suona proprio come il nostro “’nda landa” cioè “fuori nei campi”, intendendo i terreni non prossimali all’abitazione dell’agricoltore.
13. Laino, nella Valle del Mercure-Lao, fu Gastaldato Longobardo cioè sede di un funzionariato del Regno Longobardo.
14. Donnerstag= Giovedì, letteralmente Donner=tuono e Tag=giorno. Donar è Thor “Dio del tuono”

martedì 21 ottobre 2003

No al Nucleare! Sempre e Ovunque

I rifiuti nucleari sono il nodo al pettine di chi vuole riaprire le centrali in Italia. E' la volta di discutere di un problema energetico ben più ampio.

Grazie ad un referendum popolare, qualche decina di anni fa l'Italia fermo' i progetti in corso di costruzione di alcune centrali nucleari.

Nonostante cio' decine di migliaia di metri cubi di materiale radioattio vennero prodotti. Si tratta di una quantita' "esigua" se si pensa che in Italia nessuna centrale nucleare in tutti questi anni ha realmente prodotto corrente elettrica.

Quindi, se vogliamo, la questione di dove e come stoccare questo materiale e' solo "un problemino". Questa "ridotta" quantita' di scorie e' assolutamente insignificante rispetto a quello che sarebbe stato se fossimo una potenza nucleare.

Cosa sarebbe successo se le centrali fossero state attive?

Quanti metri cubi avremmo dovuto stoccare in Basilicata o in altre localita' italiane? Il nostro paese e' densamente abitato, il "mare nostrum" non e' solo "nostrum", non abbiamo Siberie, Sahara o Mururoe da usare come pattumiere del nostro sviluppo.

La questione Basilicata e' un nodo che viene al pettine di chi in questi anni ha affermato che la scelta del Referendum fu "emotiva" e "sbagliata". Non abbiamo "Sbagliato": non volevamo il nucleare allora, e non dobbiamo volerlo ne ora e ne mai!

La scelta dei siti per lo stoccaggio di questi rifiuti cade ovviamente su localita' dalla bassa densita' abitativa, dalla scarsa capacita' delle popolazioni locali di opporsi, dalla non affinita' politica dei governi locali con quelli centrali (per dirla tutta "Siamo Comunisti").

Bisogna dire no ai rifiuti, ma affermare con forza il NO AL NUCLEARE come fonta di energia alternativa.

I rifiuti nucleari hanno un tempo di vita di migliaia di anni. Forse vogliono allentare la morsa della disoccupazione, assicurando ai meridionali, lavoro come guardiano della morte per tutto questo tempo?

Che ne sara, di questi depositi fra 100 o 1000 anni? In America stanno studiando in che modo, tra 5 mila anni o piu', una civilta' con lingua e cultura diversa dalla nostra (e non per forza piu' evoluta) potra' leggere in modo chiaro le indicazioni di estrema pericolosita'poste sui contenitori di materiale radioattivo.

Tutte le forze politiche, sociali e sindacali devono dire NO AL NUCLEARE, senza ipocrisie, perche' non esiste popolazione al mondo che debba accollarsi l'onere di pagare i danni di uno sviluppo pericoloso all'uomo e all'ambiente.

Non ci devono essere "SI AL NUCLEARE, MA NON A CASA MIA"!

NO agli ipocriti che adesso cavalcano la tigre della protesta.

NO AL NUCLEARE SEMPRE E OVUNQUE

martedì 14 ottobre 2003

Pollino: nuovo consiglio direttivo (2003)

Si era parlato di un grande scontro politico ai vertici del Parco: invece è andato tutto per il "meglio". Soddisfazione in Calabria e soprattutto in Basilicata.

Si è insediato il nuovo Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, nominato con un decreto del 14 ottobre 2003 dal Ministro dell’Ambiente, On. Altero Matteoli, dice il comunicato stampa dell’Ente Parco del Pollino.
Per chi non se lo ricordasse, il 6 novembre del 2001 era stato nominato Commissario l’On. Fino di Alleanza Nazionale, con grande dispiacere degli ex-amministratori, soprattutto Lucani e di centrosinistra che avevano minacciato ricorsi e battaglie, ma infine non si è capito se abbiano rinunciato o se abbiano “perso”. Nel Frattempo On. Fino è diventato Presidente del Parco ma nei comunicati stampa continua a conservare il titolo di "Onorevole", suppongo per ricordare a tutti che si tratta di una fase “temporanea” di gestione politica alla quale dovrà seguire, una volta sistemato tutto, una di carattere più istituzionale.

Il comunicato stampa del 25 febbraio 2004 ci annuncia l’insediamento del nuovo Consiglio Direttivo, con tanto di nomi dei componenti ma senza accennare minimamente al profilo politico-curriculare che hanno motivato le nomine delle personalità incaricate.
Per cui molti nomi restano alquanto sconosciuti alla maggioranza dei cittadini del Parco più grande d’Europa. Evidentemente la fretta di annunciare il lieto evento non ha permesso, alla ricca task-force di addetti stampa e alla comunicazione del Parco, di arricchire il comunicato.
Cercherò con il presente articolo di fornire ai lettori qualche informazione in più, che saranno comunque lacunose e accoglierò volentieri osservazioni e integrazioni che ovviamente contengano elementi di riscontro reale.

La comunità del Parco, formata dai Sindaci dei Comuni del Parco, ha designato, Vincenzo Bruno (Sindaco di San Sosti, DS), Gennaro Marsiglia (Sindaco del Comune di Aieta, centrosinistra), Domenico Mauro (Sindaco di Cerchiara di Calabria, Alleanza Nazionale), Luigi Viola (Sindaco di Chiaromonte, centro-sinistra), Francesco Fiore (Sindaco di Sanseverino Lucano, DS). Totale 3 Calabresi e 2 Lucani, 4 centrosinistra e 1 di centrodestra.

Le Associazioni Ambientaliste (WWF, Legambiente, ecc.) possono essere rappresentate da due componenti ed hanno proposto Vito Teti Professore di Antropologia Culturale della Università della Calabria e Vincenzo Fittipaldi, dipendente del Comune di Rotonda.

Anche gli Enti Scientifici e le Università possono nominare due componenti e sono: Domenico Pierangeli Professore dell'Università della Basilicata alla Facoltà di Scienze Forestali e Simonetta Fascetti professoressa associata di Botanica all'Università della Basilicata.

Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha nominato come componente del Consiglio il Dott. Giuseppe Graziano, Coordinatore del CTA del Parco e Coordinatore del Corpo Forestale dello Stato della Provincia di Cosenza.

Altri due componenti vengono nominati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e sono Carmelo Lo Fiego (commercialista di Francavilla sul Sinni) e Biagio Schifino (Ingegnere di Castrovillari).

I componenti sopraelencati sono stati scelti in linea con l’art. 9 della legge 394/91 che cito testualmente: “… tra persone particolarmente qualificate per le attività in materia di conservazione della natura o tra i rappresentanti della Comunità del Parco…”

Secondo il comunicato stampa il consiglio ha subito ratificato a maggioranza, anche se con un approfondita discussione e numerosi chiarimenti, le delibere (pare oltre 200) presidenziali adottate dal Presidente Fino nel 2002, nel 2003 e nel 2004. Cosa si celi tra le righe di queste scarne parole non è dato sapere.
Sono stati quindi anche fugati i timori di chi si è chiesto, in un articolo apparso su Lucanianet il 9.12.2003, se: “Può un Consiglio direttivo ratificare degli atti antecedenti alla sua esistenza?(…) Sanno i nuovi Consiglieri che possono incorrere nel reato di falso in atto pubblico, reato che per un amministratore è di una gravità unica, che pregiudica tutta la carriera futura?”

Il Consiglio Direttivo, ha anche approvato la rosa di nomi per il posto di Direttore del Parco per i prossimi 5 anni, da sottoporre al Ministero dell’Ambiente. I tre nominativi indicati sono: Giuseppe Melfi ufficiale CFS , Michele Laudati ex ufficiale del CFS ed ex Direttore del Parco della Calabria e Giuseppe Graziano (già componente del consiglio direttivo). Per dovere di informazione, queste candidature tutte interne al Corpo Forestale dello Stato, non devono indurre a pensare che i Direttori di Parchi debbano appartenere obbligatoriamente a questo Corpo di Polizia Ambientale. I Direttori vengono scelti da un Albo del Ministero dell’Ambiente alla quale si accede per titoli. L’attuale Direttore Facente Funzione non può purtroppo essere riconfermato in quanto non è nell’elenco suddetto, ma non conosco per quale ragione. Evidentemente il Consiglio Direttivo non ha ritenuto opportuno prendere in considerazione altre proposte di candidature dal ricco elenco, aggiornato di recente.
Infine lo stesso Consiglio Direttivo ha eletto anche la Giunta Esecutiva, della quale fanno parte, Biagio Schifino, Giuseppe Graziano (lo stesso di cui sopra), Domenico Bruno e Francesco Fiore.
Francesco Fiore, Sindaco di Sanseverino Lucano è stato anche nominato Vicepresidente. In questo modo si è creato il giusto equilibrio tra le rappresentanze politiche e territoriali.

Dalle voci che circolavano durante la prima fase del commissariamento e poi della gestione libera senza Consiglio Direttivo e Giunta, negli ambienti della politica lucana, ci si aspettava una grande resa dei conti, uno scontro territoriale tra lucani e calabresi, o uno scontro politico tra Centrosinistra e Centrodestra. Ma evidentemente alla fine il buon senso e l’interesse di lavorare insieme per la tutela dell’ambiente e di tutti i cittadini residenti nel Parco sia Lucani che Calabresi ha prevalso sulle immotivate polemiche e la sterile competizione politica.

Il Presidente Fino aprendo i lavori del Consiglio ha detto che “dopo la fase straordinaria la macchina dell’Ente Parco è stata riavviata, tocca ora al nuovo Consiglio direttivo farla camminare affinché s’inneschino sul territorio quei meccanismi di sviluppo da anni attesi dalle popolazioni del Pollino. Uno sviluppo – ha concluso Fino - che guardi con una particolare attenzione all’ambiente ma che sia capace di elevare la qualità della vita di chi ha deciso di vivere nel territorio protetto”.
Parole sante. Sottoscriviamo! …nell’attesa della nomina del Consiglio Direttivo avremmo potuto farci tutti una bella vacanza.

mercoledì 3 settembre 2003

Rifugi chiusi

Il Pollino presenta la drammatica situazione di essere un Parco "inospitale" escursionisti e mancano strutture capaci di dare una efficiente assistenza a chi pratica l'escursionismo o semplicemente ai gruppi scolastici in visita la cuore del parco.
Il Parco Nazionale è un Parco molto strano. Nonostante ormai siano passati 10 anni dalla sua istituzione invece di dotarsi di servizi, sembra in fase di liquidazione.
Nel territorio Lucano del Parco esistono ben 10 rifugi: Fasanelli e Colle Ruggio a Rotonda, De Gasperi e Visitone a Viggianello, Madonna di Pollino a Sanseverino, Segheria, Catusa e Aquila Verde a Terranova di Pollino, Acquafredda a San Costantino Albanese, Caserma a Francavilla sul Sinni, Bosco Favino a Castelsaraceno.
Forse ne manca qualcuno all'appello, me ne scuso con il lettore, ma evidentemente se non mi vengono in mente è solo perché non attivi o non adeguatamente pubblicizzati.
Al momento di questo lungo elenco sono in funzione solo il De Gasperi, Visitone (solo ristorazione), Acquafredda, Aquila Verde.
I due rifugi di Rotonda "sono stati chiusi" fine estate 2000 e sono in totale abbandono e degrado, la segheria (colossale struttura in stile Montagne Rocciose) non ha mai aperto, la Catusa da anni non lavora più, di Madonna di Pollino non si hanno notizie di eventuali aperture, Caserma "non pervenuto".
Invece è notizia di questi giorni che il Rifugio Bosco Favino "è stato chiuso" causa di attriti tra i gestori e l'amministrazione comunale, a poco più di un anno dalla sua apertura.
Non mi interessa di chi siano le responsabilità, a me interessa solo che un altro rifugio è chiuso.
Questo significa che non potrò mettere nei miei programmi per le scuole l'escursione ai Pini Loricati, la visita a Castelsaraceno, una passeggiata trai "Frusci", perché senza una struttura di appoggio per il pranzo, per i servizi igienici, per le emergenze. Gli insegnanti senza uan struttura di appoggio considerano disagevole avventurarsi in queste località che ai loro occhi sembrano abbandonate da Dio, nonostante il notevole valore paesaggistico che le caratterizza.
Così Castelsaraceno cadrà nel dimenticatoio del Parco.
Se qualcuno vorrà replicare sulla eventuale "cattiva gestione" della cooperativa, io rispondo semplicemente che non mi interessano le opinioni ne dell'una ne dell'altra parte. L'unica cosa che mi riguarda e che per quel rifugio tra ricorsi, tribunali, avvocati passeranno come minimo 5-6 anni affinché riapra di nuovo. Durante questo lungo tempo marciranno le fondamenta, gli infissi, gli impianti. Quando si sarà chiarita la situazione bisognerà spendere qualche decina di migliaia di euro per riportarlo in condizione di funzionare: soldi che l?amministrazione comunale non avrà, quindi bisognerà chiedere finanziamenti, e così via.
Risultato i gestori "vecchi" non avranno potuto lavorare, i potenziali "nuovi" saranno invecchiati in attesa di veder esaudire le loro richieste.
È una vecchia storia che si ripresenta uguale, ovunque, sempre: ne dovrebbero fare tesoro gli amministratori prima di intraprendere strade che non giovano a nessuno.
L'unico risultato evidente è che intanto nel Pollino non si possono fare trekking rifugio-rifugio, non si possono accompagnare scolaresche in luoghi sicuri ed assistiti, i turisti non possono usufruire di strutture di emergenza e chiedere informazioni, guide, alloggi.
Per non parlare dell?assurda pretesa di fare dei rifugi strutture che funzionino al tempo stesso da bar, pub,albergo, agriturismo, ristorante. Un rifugio è un rifugio e in quanto tale dovrebbe essere pensato per una ospitalità di tipo spartana, economica e dedicata ad un turismo specializzato: gruppi trekking, campi scuola, settimane verdi.
Ci sarebbe bisogno di un intesa tra Regione Basilicata e Parchi per affrontare con strumenti giuridici questa assurdo indice di arretratezza culturale ed economica.

martedì 10 giugno 2003

Il "Maggio" di Accettura

Parto da San Costantino Albanese per Accettura attraversando una Basilicata molto diversa dalla quella che abitualmente frequento: le fiumare, i calanchi, gli arbusti bassi, il sole che brucia anche la mattina presto, le colline pressoché deserte di case e di gente, i pochi alberi a memoria delle foreste che furono. Osservo questa terra che sembra così ingrata verso i suoi abitanti, ma penso anche quanto poco siamo stati gentili con lei per meritarci trattamenti migliori.
Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'.
Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane.
Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa.
Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese.
Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.

venerdì 21 marzo 2003

Il vero Petrolio è l'Acqua!

La nostra acqua non si beve senza tutela dei lavoratori e dell?ambiente

Il vero petrolio della Basilicata è l'acqua. Partendo da questo "dogma", facciamo alcune riflessioni. L'acqua in Basilicata è stata gestita nel peggiore dei modi. Interi territori dove un tempo fioriva l'agricoltura sono state allagate da colossali dighe. Ciò nonostante l'acqua sembra che non basti mai. La siccità del 2002 fortunatamente è stata superata grazie ad una estate straordinariamente piovosa, che però ha provocato danni di altro tipo grazie alla pessima gestione de letti fluviali.

Nessuna pianificazione è stata mai attuata al fine di realizzare un giusto rapporto tra riserve idriche e consumi. Puntualmente si è arrivati a fine estate con dotazione di acqua insufficiente a soddisfare le distese agricole assetate di Puglia e Basilicata. L'acqua è stata svenduta per poche lire, sventrando valli e montagne con sistemi di distribuzione che fanno acqua dappertutto, è proprio il caso di dirlo. La gestione affidata ad Enti che, come al solito sono occupati da persone espressione delle solite forze politiche, che si sono dimostrati incapaci di pianificare decentemente la somministrazione dell?acqua e la manutenzione dei sistemi irrigui e potabili.

Uno dei sintomi di questa gestione azzardata e superficiale di una risorsa dall?altissimo valore ecologico ed economico è l'indebitamento dell'Ente di Irrigazione che ha lasciato sul lastrico 200 famiglie di lavoratori, che continuano a lavorare senza stipendio, per non perdere il posto di lavoro e per la mancanza di concrete alternative. In mano a questi operai senza stipendio cè il funzionamento delle dighe Pertusillo, Monte Cotugno, Camastra, Aderenza, Genzano e Basentello. La loro condizione è una vera vergogna nazionale, che passa quasi inosservata sui media locali. È incredibile che la gestione delle dighe al momento sia, di fatto, in mano al "volontariato". Nessun piano di investimento dei proventi derivati dalla vendita dell'acqua è stato destinato al recupero ambientale e alla realizzazione di rimboschimenti che a lungo termine garantiscono la "produzione" di acqua.

Scarsi o nulli gli interventi destinati al risanamento e alla prevenzione di fenomeni di inquinamento del prezioso liquido. Ovunque discariche e scarichi di liquidi inquinanti sporcano in tutta tranquillità i nostri corsi di acqua arricchendo di minerali preziosi e batteri le acque poi destinate al consumo umano diretto e indiretto e infine al mare delle nostre tanto decantate coste marine. Proprio di recente durante un mio viaggio a Matera ho documentato un piccolo corso d'acqua, nei pressi di Ferrandina, dalle acque completamente nere che placidamente scorreva nelle campagne, fino al nostro caro e tranquillo Basento.

Elettrodotti di serie A e serie B

Il successo di Rapolla a furor di popolo contro l'elettrodotto è una grande conquista democratica. Alla contestazione hanno partecipato tutti: cittadini di tutta la Basilicata, partiti di sinistra e di destra, sindacati, movimenti e associazioni ambientaliste. Purtroppo ci sono altre realtà della nostra area a cavallo tra Basilicata e Calabria dove sembra che questioni analoghe non scuotono gli stessi animi.
Il Parco Nazionale del Pollino sta per essere attraversato dal grande elettrodotto Laino-Rizziconi da 380.000 V, quindi di dimensioni analoghe a quello di Rampolla. Quello che doveva essere un punto di forza del nostro territorio, cioè essere compresi in un Parco Nazionale, si è rivelato invece un fattore insufficiente.
Oltre ai tralicci in costruzione, ci sono anche dei bei tralicci sulla Timpa della Murgia, che se pur bloccata la loro costruzione, nessuno si è ricordato di smantellare e restano a fare bella mostra di sé, deturpando uno dei paesaggi più belli ed unici del Parco.
Ma che dire della conversione a Biomasse della centrale del Mercure? In altre aree della Basilicata e d?Italia si rimandano al mittente aggeggi anche più piccoli.
Evidentemente un Parco non basta o meglio non serve per evitare scempi paesaggistici e ambientali. Ma la cosa grave del Pollino è la mancata "sollevazione" popolare, la mancata attività di associazioni politiche e ambientali.
Evidentemente esistono elettrodotti di Serie A contro cittadini di Serie A, capaci di lottare e richiamare un interesse politico anche nazionale per salvaguardare i loro diritti. Ma se esistono cittadini di Serie A esistono anche quelli di Serie B: costretti ad accettare la loro condizione con assoluta tranquillità, soli senza l'appoggio di nessuno, con il rischio di veder compromesso il loro sviluppo futuro.

sabato 15 febbraio 2003

Le Timpe di Pietrasasso e delle Murge

La magica e arcaica atmosfera di un paesaggio indimenticabile e dimenticato
La Geologia
L'area del Massiccio del Pollino, che comprende Timpa delle Murge, Timpa di Pietrasasso e Monte Tumbarino rappresenta una unicità geologica nell'Appennino centro-meridionale. Le particolari rocce scure, che si differenziano anche morfologicamente rispetto a quelle circostanti (spiccano nel paesaggio grazie anche alla loro minore erodibilità), sono chiamate, dalla letteratura geologica classica, Ofioliti (dal greco òphis=serpente + Lìthos=pietra, per il tipico colore verde scuro lucido). Il termine è poi divenuto più ampio, comprendendo in effetti tutte le rocce risalenti a uno stesso ambiente genetico, quello del fondo oceanico, che, come si può osservare proprio in quest'area, hanno colori differenti e vivaci, tendenti al rosso ruggine. Attualmente gli stessi materiali si ritrovano al di sotto dei grandi oceani e, più vicino a noi, nel Tirreno (nei pressi dell'arco vulcanico delle isole Eolie), dove si sta formando crosta oceanica, genericamente più sottile e di composizione diversa (più basica) di quella che si ritrova al di sotto dei continenti.
Le più affascinanti, in questa sequenza di rocce, sono sicuramente le Pillow Lavas, un termine che in inglese significa lave a cuscino, la cui forma rotondeggiante è una testimonianza del rapido raffreddamento avvenuto in corrispondenza della loro fuoriuscita da fessure sul fondo oceanico. La veloce solidificazione del magma fuso ha prodotto sulla superficie dei pillows delle zone con struttura vetrosa, amorfa (disordinata, non cristallina) e tipicamente "raggiata" verso l'interno, caratteristiche forse più difficili da osservare a occhio nudo.
Appare dunque chiara a questo punto l'interpretazione che è stata data per la genesi delle rocce che affiorano in questa zona: dei lembi dell'originaria Tetide giurassica, cioè un oceano che si è aperto circa 180 milioni di anni fa dove adesso c'è il Mediterraneo. Questi frammenti sono poi stati risollevati e trasportati dagli stessi movimenti tettonici che hanno portato alla formazione dell'Appennino.

La Vegetazione
Quest'area rappresenta una rottura sulla continuità geologica dell'Appennino Lucano, che si riflette sulla composizione del suolo e di conseguenza sulla composizione delle associazioni vegetazionali insediate.
Probabilmente un tempo doveva essere molto più estesa la copertura con boschi di Cerro (Quercus cerris) evidentemente alterato dall'attività antropica, mentre attualmente l'elemento vegetazionale più importante è l'abbondante presenza di Agrifoglio (Ilex aquifolium) con numerosi esemplari secolari che superano i 5 metri di altezza.
Questa pianta rappresenta un relitto dell'Era Terziaria e insieme al Tasso (Taxus baccata) costituiva in quell'epoca folte foreste sempreverdi che sono state decimate dalle glaciazioni e rimpiazzate successivamente dall'invasione di specie più "moderne" come il Faggio e le diverse specie di querce. Questa fascia vegetazionale particolare è stata classificata come "Colchica" dall'antico nome del Caucaso dove la vegetazione presenta ancora oggi caratteristiche analoghe. In Italia la si può ritrovare in Sicilia sulle Madonne per motivi pedoclimatici e in Sardegna a causa anche dell'isolamento geografico che non ha permesso l'insediamento del Faggio.
L'agrifoglio si presenta generalmente come un arbusto sempreverde ma può raggiungere anche i 15 metri di altezza. Presenta foglie di consistenza coriacea, sempreverde e generalmente pungenti in corrispondenza del termine della nervatura. Nelle giovani piante le foglie dei rami prossimi al terreno sono pungenti, mentre a mano a mano che si allontanano dal terreno, le foglie "ingentiliscono" riducendo il numero di spine, o mancando del tutto. Si tratta di una forma di risparmio energetico: non essendoci animali capaci di brucare le foglie più alte la specie ha evoluto questo particolare tipo di adattamento. Si tratta di una forma "primitiva" di difesa adatta a quelle specie che hanno scarsa capacità riproduttiva a causa di fattori ambientali o biologici.
L'agrifoglio è una pianta dioica, cioè esistono piante maschili e femminili. I fiori portano 4 petali bianchi: quelli maschili portano solo stami e quelle femminili solo il pistillo. Di conseguenza solo gli esemplari femminili producono bacche di intenso colore rosso.
Quest'ultima caratteristica rappresenta una vera maledizione per questa importante specie: nel periodo natalizio insieme al vischio e al pungitopo è oggetto di una intensa raccolta che deturpa notevolmente le piante e ne riduce la capacità riproduttiva.
Altri due elementi di disturbo per questa specie sono il pascolo caprino (che non si ferma davanti alle spine) e i rimboschimenti con piante alloctone. Proprio tra Timpa di Pietrasasso e Timpa delle Murge vaste aree sono state rimboschite a Pinus nigra ed altre specie che sottraggono spazio vitale all'agrifoglio. Se in passato si fossero invece praticati rimboschimenti di agrifoglio, oltre a mantenere integro il paesaggio, oggi si potrebbero utilizzare e commercializzare rametti natalizi, debitamente controllati e certificati, provenienti dai boschi artificiali.
Interessante è anche la particolare copertura lichenica delle rocce ed la cotica erbacea che uno studio approfondito potrebbe scoprire certamente qualche endemismo e/o svelare collegamenti fitogeografici interessanti.
Il Paesaggio
Si tratta di un paesaggio permeato da una atmosfera di arcana magia: l'ariosità dell'ambiente, la particolare conformazione del dicco di Timpa di Pietrassasso, i colori delle rocce laviche, le formazioni rocciose a cuscino, la vegetazione, il passaggio di numerose specie di rapaci durante le migrazioni, la prossimità alle vette del Pollino e dei centri storici e delle comunità arberesche, il senso di spaziosità del panorama circostante fanno di questo territorio un'area di notevole valore naturalistico e turistico. Speriamo che progetti di sviluppo turistico inadeguati, la costruzione selvaggia di strade e di immancabili elettrodotti (a quando uno sul Colosseo?) non ne comprometta l'integrità paesaggistica, del tutto godibile così come è adesso a piedi, a cavallo o in fuoristrada.

(Con la collaborazione della Geologa Claudia Bertoni)

giovedì 13 febbraio 2003

Imbecille uccide un Cervo

A meno di 10 giorni dalla liberazione un bracconiere uccide un esemplare di cerva femmina in gravidanza

Stamattina a San Severino Lucano non si parlava di altro, nei bar, per strada: hanno ucciso un cervo!!! Sono passati meno di 10 giorni dalla liberazione dei 35 cervi provenienti dall?Austria che è avvenuto il primo caso di bracconaggio. Questo gesto ci riporta in coda alla graduatoria dei paesi cosiddetti civili. Vergogna!

Il cervo, una femmina in gravidanza, è stata ritrovata Lunedì ed è stata uccisa tra Sabato e Domenica. Questi animali provenendo da un paese, l?Austria, dove rigorosamente vengono rispettati i divieti di caccia e la gente è fortemente rispettosa dell?ambiente, si sono avvicinati alle zone abitate con tutta tranquillità. Ma qui, invece di un austriaco, hanno trovato un imbecille. L?animale è stato ritrovato scuoiato ed sviscerato con un precisione da macellaio: è evidente quindi che si tratta di una persona esperta all?abbattimento di grossi animali, forse un cacciatore di cinghiali. Il confine tra bracconiere e cacciatore e sempre molto sottile. Pare che la Forestale si stia adoperando per aumentare il controllo nell?area di liberazione del cervo, anche se tale impegno poteva essere preso immediatamente e contemporaneamente alla liberazione.

Dal canto suo dai vertici dell?Ente Parco non arriva nessun comunicato. Credo che in questo momento l?Ente sta avendo un atteggiamento permissivo o di passiva indifferenza al problema del bracconaggio nel Parco. Da ovunque arrivano notizie di cinghiali uccisi, spesso di scrofe in attesa di partorire i piccoli, così come la presenza di alcune specie animali, che sembravano essere aumentate in passato, sono di nuovo in declino. Non è una novità che anche in località come Piano Ruggio non sia infrequente la presenza di cacciatori di lepre. Alcuni cinghiali sono stati uccisi a Rotonda a pochi km in linea d?aria dall?Ente Parco.
A dieci anni dall?istituzione del Parco non sono ancora state definite le aree contigue riservate ai cacciatori residenti nei comuni del Parco e questo provoca malcontento e favorisce il bracconaggio.

L?uccisione della cerva è sintomo di una amministrazione inadeguata alla gestione dell?ambiente. Presidenti e direttori, vecchi e nuovi, non hanno perso mai occasione per apparire a convegni e interviste televisive. In questo momento una forte presa di posizione dell'Ente per difendere il SUO progetto della reintroduzione del cervo era d?obbligo e necessaria. L?Ente deve far sapere a tutti da quale parte è schierato: un pastore deve difendere le sue pecore! Da subito avrebbe dovuto mobilitare la Forestale ad una maggiore operatività sul territorio. Da subito avrebbe dovuto mobilitare associazioni, enti locali, scuole, istituzioni ad ?adottare? simbolicamente i cervi, affinché si venga a creare un ambiente favorevole al progetto e ostile a chi compie atti vandalici di questo tipo.

Questi cervi hanno uno scopo ben preciso: essere i fondatori di una popolazione che ricolonizzi il territorio del Pollino.Qualcuno nella sua gretta ed istintiva visione del mondo ha pensato bene di mangiarsene uno.

Cosa importa a questo imbecille se un giorno questo nucleo di cervi consentirà di ricolonizzare le vaste aree montane della Basilicata e della Calabria. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche anno cittadini e turisti del parco potranno ammirare la possente mole di un cervo maschio che pascola sui prati del Pollino e non vederli sempre e solo in televisione o allo zoo. Cosa importa a questo imbecille di quella cerva incinta che avrebbe potuto dare vita al primo cerbiatto nato sul Pollino da due secoli. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche decennio potrà essere possibile aprire la caccia al cervo nelle aree esterne al Parco e dare vita ad un economia legata allo sfruttamento della selvaggina. Cosa importa a questo imbecille se un esemplare di cervo che è costato circa 2000 euro ed è stato trasportato per 3.000 km dall?Austria fino al Pollino era destinato a scopi più alti e nobili della cottura in una lercia padella.

Quest?uomo in questo momento si sta mangiando un pezzo delle nostre speranze e mi auguro che ne possa restare fortemente disgustato.

venerdì 7 febbraio 2003

Il ritorno del Cervo

Questa è una delle notizie che fa piacere sentire. Nel Parco Nazionale del Pollino è stato reintrodotto il Cervo. Il Cervo (Cervus elaphus) è un mammifero della famiglia dei Cervidi. Di questa famiglia fa parte anche il Capriolo e il Daino e insieme a quella dei Bovidi (rappresentata in Italia dal Camoscio, Stambecco e Muflone) appartiene al sottordine dei Ruminanti. Le due famiglie si distinguono tra di loro per le corna (trofeo) che nei Cervidi si rinnovano ogni anno mentre nei Bovidi sono a crescita continua.

La presenza del Cervo nell’area del Pollino è testimoniata da toponimi (il Monte Cerviero nei pressi di Mormanno), da testimonianze storiche di attività venatoria, da episodi tramandati nella tradizione orale e religiosa. Una leggenda vuole che alcuni cacciatori durante una battuta sul Monte Sellaro, seguendo una Cerva raggiunsero una grotta. All’interno della grotta fu ritrovata una icona: questo ritrovamento avviò la volontà di costruire in quel posto il Santuario della Madonna delle Armi.
Purtroppo l’accanita attività venatoria, la distruzione delle foreste e la sempre più pressante attività dell’uomo hanno ridotto nei secoli lo spazio vitale delle grandi specie erbivore selvatiche.
Il Cervo in Italia si è estinto completamente, se si fa eccezione di una sparuta e particolare popolazione nel Bosco della Mesola nel Delta del Po e del Cervo Sardo (ma questa è un’altra specie) che sopravvive ancora in Sardegna sul Monte Arcosu grazie ad un’iniziativa del WWF. Del Capriolo sono sopravvissuti tre piccoli nuclei nel Gargano in Puglia, nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano presso Roma, e sui Monti di Orsomarso nel Parco Nazionale del Pollino.
Le altre specie sono sopravvissute qua e là in varie riserve: Lo Stambecco e il Camoscio Alpino nel Parco Nazionale del Gran Paradiso (perché riserva di caccia dei Reali di Casa Savoia), il rarissimo Camoscio d’Abruzzo nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Attualmente la popolazione di Cervo e Capriolo in Italia si è accresciuta sensibilmente grazie ad una politica di gestione della fauna più sensata e alla nascita di aree di protezione. Nel Casentino, prima dell’istituzione del Parco il cervo fu reintrodotto ben due volte. Per ben due volte una cultura venatoria di rapina ne ha provocato nuovamente l’estinzione. L’Istituzione del Parco ha messo fine a questo autolesionante sperpero di risorse ambientali e finanziarie e, come dovrebbe negli scopi di un area protetta, favorito la diffusione del cervo anche nelle aree circostanti soggette ad attività venatoria.
Purtroppo gli animali utilizzati per i ripopolamenti provengono dal Nord Europa perché è stato completamente perduto il patrimonio genetico della popolazione italiana. Anche per il capriolo, nonostante la presenza dei tre nuclei “italici” ovunque sono stati diffusi caprioli di paesi stranieri.
La reintroduzione del Cervo sul Pollino rappresenta un atto dovuto dal punto di vista ecologico. In questo modo si aggiunge un tassello a quel quadro ecologico che dal punto di vista faunistico presenta il Pollino come un’area fortemente degradata. La presenza del Cervo contribuisce anche alla tutela di altre specie animali, come il lupo. Proprio per il lupo i grossi erbivori sono fondamentali per la sua dieta e per il mantenimento dei rapporti sociali nel branco. Infatti questo predatore in condizioni normali vive in branchi, ma se mancano le grosse prede la funzione del branco perde significato. I lupi solitari faticando a trovare cibo si avviano ad una vita “randagia” fatta di stenti. Le prede alla loro portata diventano piccoli animali, animali domestici incustoditi , discariche urbane.
Mancando lo status sociale del branco, il lupo diventa incapace di cacciare altre grosse specie, come il cinghiale, perdendo quella importante funzione di regolatore della popolazione. Inoltre la presenza del Cervo allenterà la pressione predatrice del lupo nei confronti di altre specie come il capriolo e la lepre che potranno quindi proliferare in modo più consistente. Non da meno è la possibilità che avranno altri animali, come gli avvoltoi, di potersi alimentare degli esemplari deceduti, soprattutto d’inverno quando il Pollino si spoglia della presenza di animali domestici.
Non in ultimo bisogna considerare l’aspetto ludico-ricreativo: il turismo, anche di massa, si muove volentieri verso mete dove è possibile mettere in programma la possibilità di incontrare animali selvatici. Il Cervo da questo punto di vista rappresenta un animale dalla forte valenza emotiva. L’incontro con questo animale è sempre una esperienza bella ed emozionante. Se non disturbato, come appunto dovrebbe essere in un Parco nazionale, il cervo perderà la sua (non innata) paura per l’uomo. Non sarà quindi difficile osservarlo tra qualche anno durante un’escursione, ma anche lungo le strade più trafficate.

lunedì 3 febbraio 2003

Tricarico: un tipico carnevale lucano

Ultimo baluardo della tradizione sta lasciando il passo al modernismo globalizzante.
A Carnevale le maschere di carnevale si possono suddividere in quattro tipi:

Goliardi: sono le persone che approfittano del carnevale per divertirsi ma soprattutto per divertire, per fare autoironia, dissacrare, nascondersi, per essere originali, per costruire un personaggio, ecc. In genere divertono, fanno divertire e da non sottovalutare presentano una notevole capacità "artistica" e "umoristica". C'è gente che spende decine di euro ma c'è anche chi riesce a costruirsi costumi interessanti senza spendere una lira con stracci recuperati qua e là.
Teatranti o favolisti: vestono i panni di figure fantastiche o leggendarie: briganti, fate, gnomi, principesse, puffi, personaggi dei fumetti, ecc.
"Vorrei ma non posso": sono tutti quelli che approfittano del carnevale per vestirsi e truccarsi come vorrebbero vestirsi e truccarsi tutto l'anno, ma non possono. Così si vede un proliferare di "Dark", "Metal", divise militari, mimetiche e di polizia, battaglioni in assetto da guerra, "Punk", culturisti e nudisti, senza contare quelli che rappresentano il loro desiderio di personalità non espressa, vestendosi da organi sessuali e vari accessori e attributi.
Tradizionalisti: sono quelli che all'espressione della loro personalità preferiscono vestire i panni di figure retoriche tradizionali del proprio paese e seguire le regole dettate dall'usanza contribuendo al mantenimento di bellissime e arcaiche usanze.
Così è stato a Tricarico domenica 2 Marzo. Per la festa del Carnevale si sono visti sfilare gruppi di ragazzi e adulti vestiti rigorosamente secondo un antico rituale. Ogni gruppo presenta un "Massaro", alcune "Vacche" e qualche "Toro": i secondi ornati di nastri colorati, mentre i Tori rigorosamente neri. Sfilano per le vie del paese suonando fragorosamente e con ritmo rigoroso campanacci di varie dimensioni. Il tutto pare intenda rappresentare la Transumanza che dalle pianure del mare, in Primavera, vedeva trasformare i tratturi di Tricarico in una infinita fila di bovini.
La serata è stata allietata dal concerto di Antonio Infantino e i "Tarantolati", storica formazione musicale lucana. Si possono considerare i precursori di un movimento musicale che racchiude più generi che nacque con loro negli anni '70 ma che è riuscito a raggiungere il grande pubblico solo al termine degli anni '90. Il concerto ha scaldato gli animi della piazza, anche se , con mio dispiacere e comprensione, di recente il repertorio dei Tarantolati si sposta verso ritmi e melodie che sanno sempre di meno di Lucania.
Come tradizione vuole (ma in quanti paesi si fa ancora) la festa è terminata con la bruciatura del Pupazzo di Carnevale.

venerdì 3 gennaio 2003

Scempio sul Fiume Frido

Nel comune di San Severino è in corso di realizzazione un opera importante e fondamentale per la tutela ambientale del territorio e delle condizioni igienico-sanitarie della popolazione. Tanto di cappello alla Comunità Montana “ALTO SINNI”, se si considera che città come Milano non sono ancora servite da depuratore.

Pensate che addirittura alcune amministrazioni comunali e provinciali della Riviera Adriatica, insieme al Parco Regionale del Po e della Riviera Adriatica, in collaborazione con la Legambiente, stanno tentando di portare in Tribunale il Comune di Milano per una richiesta miliardaria di risarcimento danni causati dall’inquinamento delle acque fluviali.
La questione della Centrale del Mercure dimostra invece che l’Ente Parco Pollino si muove in tutt’altra direzione.
La realizzazione della necessaria fognatura però sta creando non pochi disastri. Il tratto superiore, che attraversa la Valle del Frido per circa 10 Km dalle frazioni di Mezzana fino a Cropani dove si innesta sulla strada di collegamento per Francavilla sul Sinni è stata realizzata praticamente sulle sponde del fiume, con l’apertura di una pista larga mediamente 4 metri, con escavazioni per mezzo di Macchine pesanti, con movimenti di terra notevoli e abbandono della stessa sul letto del fiume, sradicamento (e non taglio)di migliaia di alberi.

Il tutto avviene in un area classificata come ZONA 1 del Parco, decantata in tutti gli opuscoli turistici come una delle più belle valli del Pollino, con boschi impenetrabili di Cerro, Pioppi, Ontani e Salici, habitat ideale di numerose specie animali. In particolare proprio in questa valle sopravvive la Lontra, considerato una delle specie animali più importanti del Pollino dato che è quasi completamente estinta in Italia ed in molti paesi d’Europa. In Zona 1 è addirittura vietato pescare!! Credo che qualsiasi zoologo, disarmato dall’ignoranza di chi ha permesso tale scempio, si mettere a piangere davanti a quello che è stato consentito fare al habitat di questo rarissimo animale.

A tale proposito la Sezione di San Severino Lucano della “Lista Di Pietro-Italia dei Valori” ha realizzato un reportage fotografico volutamente senza didascalie perché le immagini del disastro sono più che eloquenti.
Secondo i responsabili della formazione politica suddetta “con gli sbancamenti effettuati è stato tagliato il piede della montagna mettendo addirittura a rischio la stabilità idrogeologica di San Severino con il possibile innesco di movimenti franosi, anche in considerazione del fatto che non è stata effettuata, finora, alcuna opera di contenimento (forse, visto il ribasso d’asta per l’aggiudicazione dei lavori).

Il fatto è ancora più grave se si considera che sono stati stanziati miliardi di lire per il consolidamento idrogeologico dell’area. Se si tratta di area a rischio non bisogna permettere la realizzazione di tali opere così come sta avvenendo”.
Inoltre “ci si chiede come possano i vari Enti aver dato l’autorizzazione ad uno scempio di tale portata senza che nessuno (Amministrazione Comunale ed associazioni ambientaliste comprese) abbia controllato o sporto denuncia.
La curiosità o dubbio è che sono veramente stati autorizzati tali lavori così come si stanno realizzando?”

Paradossalmente e con grande enfasi è stata riportata sui giornali un’azione di repressione e controllo ambientale condotta dalle Forze dell’Ordine che ha avuto come unico risultato l’elevazione di una contravvenzione contro una famiglia residente in campagna, colpevole di possedere uno scarico abusivo dei reflui fognari, mentre nulla è stato rilevato relativamente ai cantieri in questione.”

La situazione è veramente disarmante. Si continua sulla linea di vietare tutto tranne grandi opere che danneggiano l’ambiente, il paesaggio e l’immagine del Parco.
Possibile che l’Ente Parco sia solo capace di dare pareri favorevoli o contrari senza entrare nel merito delle opere da realizzare. Io credo che considerando la estrema necessità di servire i comuni di una rete fognaria per la tutela stessa dell’ambiente e dei cittadini, il Parco avrebbe dovuto esprimere un parere favorevole “CONDIZIONATO” che imponesse la realizzazione dell’opera nel rispetto degli ecosistemi tanto più se sono di alto valore naturalistico e ricadono nella ZONA 1.
Una soluzione a basso impatto ambientale si doveva tentare e se il costo fosse stato eccessivo per l’Ente esecutore dei lavori, l’Ente Parco AVREBBE POTUTO E DOVUTO CONTRIBUIRE FINANZIARIAMENTE.

Mi chiedo a cosa serva il Parco se si può fare tutto ciò che si fa anche fuori, se il Parco non investe risorse nella tutela dell’ambiente e nell’incoraggiare opere rispettose dell’ambiente. La valle del fiume Frido dal punto di vista naturalistico non è meno importante del Giardino degli Dei di Serra di Crispo o di Piano Ruggio. Con questa considerazione devo aspettarmi di vedere presto ruspe anche quassù?

Ma il caso del Fiume Frido non è isolato. A detta di una ricercatrice universitaria sul Fiume Sinni c’è più traffico di mezzi pesanti che sulla Sinnica. Altre alterazioni degli ambienti fluviali sono in corso alla confluenza Lao-Argentino, sul Raganello. Il fiume Ejano è stato trasformato da tempo in un canale di cemento.
Tutto questo cade pesantemente e in modo immorale sulle libertà negate ai cittadini, obbligati a rispettare cubature, materiali e tipologie costruttive.
Ed io che fino a ieri ho detto a tutti che il Parco serve a proteggere la natura…