L’Abete Bianco (Abies alba) vive, misto al faggio, in estese foreste nel versante nord orientale del Pollino, sopravvissute ai massicci tagli dei primi decenni del XX sec., habitat del rarissimo Picchio Nero, presenta pochi altri nuclei relitti nella provincia di Potenza.
L’Agrifoglio (Ilex aquifolium, detto “fruscio”, cioè rumore, forse per la consistenza coriacea delle foglie), nonostante sia generalmente ridotto a pochi esemplari sparsi nel sottobosco di cerro, forma in alcune zone piccole selve compatte spinose ed impenetrabili (il girone dantesco dei suicidi), relitti paesaggistici di epoca Terziaria.
Giovani esemplari di queste due specie vengono utilizzate dai Lucani delle montagne della Basilicata come “cima” nei riti arborei, mentre piccoli rami frondosi di abete vengono scambiati, offerti e utilizzati come ornamenti in occasione della festa della Madonna di Pollino, forse retaggio simbolico benaugurale della rinascita primaverile della vegetazione. Il Pino Loricato (Pinus leucodermis), è un “fossile vivente” che in Italia vive solo nel Parco del Pollino, sui terreni più aridi e climaticamente difficili dagli 800 ai 2200 metri di quota. Proprio alle quote superiori, gli esemplari millenari, spettacolarmente contorti dagli accidenti climatici, formano un paesaggio unico in Italia. Biagio Longo, un emerito botanico di Laino Borgo nel Pollino, ispirato dalla somiglianza della corteccia di questi con la lorica (corazza) dei soldati romani delle rappresentazioni religiose della Passione di Cristo, per primo nel 1905 lo denominò “Loricato”. Lunghe schegge, ricavate dal legno di questa specie, venivano offerte come lumini votivi per la venerazione dei santi nelle chiese e nei santuari di montagna.
Infine il Tasso (Taxus baccata), del quale non c’è memoria di un utilizzo religioso, velenoso e raro, vive nascosto nell’ombra delle faggete più remote, alle quali conferisce un’atmosfera magica e arcaica.
Ultima domenica di Aprile, giorno di pioggia, di quelli che non si dimenticano mai. Percorro una strada che procede in salita: praticamente una scia di fango scivoloso circondato da dense nubi che annebbiano anche la mia capacità di immaginare il paesaggio che mi circonda.
Nella piazza del paese incontro quattro “forestieri” venuti da Roma, attratti da questo rito, che neanche lontanamente immaginavano quanto potesse essere disagevole arrivare sin qua. Una di loro francese: lei con la voglia di conoscere le musiche delle zampogne ha trascinato tutti gli altri.
Continuiamo a camminare nella nebbia senza sapere neanche cosa ci aspetta lassù, quasi in cima al Timpone delle Neviera. Nel frattempo incontriamo gente che si è organizzata, anche sotto la pioggia, per un pasto frugale ma abbondante. Il pane tagliato in grosse fette accompagna soffritti, melanzane a scapece, salami e formaggi di una bontà indimenticabile. Il vino non manca, ottimo, è il migliore anestetico per non sentire l’acqua della pioggia che ti entra dappertutto. All’improvviso, urla fortissime e suoni di organetto fendono la nebbia. Si sente un inedito strano rumore ed ecco che ti appare davanti dal nulla la “cimahe” e la “pita”.
La cimahe è un giovane abete tagliato e trasportato a spalle con tutta la chioma. La Pita invece è un grosso abete, sfrondato e pulito, spinto sul fango dalla forza di decine di uomini urlanti. Gli uomini fanno forza su delle leve, “tire”, poste perpendicolarmente al tronco di abete, ed agganciate con le “torte” (corde di legno) ad anelli di ferro inchiodati sul tronco.
Si continua in questo modo per tutta la giornata con pause intervallate da soste dedicate al consumo di vivande, di vino, alla buona conversazione e alla danza al suono di organetto, zampogne, totarelle e tamburelli. La pioggia insiste, ma i pitaioli non demordono.
L’arrivo in paese prima di sera è un tripudio generale di chi ha scalato la montagna, faticato per condurre la Pita, ma anche di chi ogni anno l’aspetta in paese.
La prossima domenica ci si ritroverà per maritare i due alberi…
Un processo a Carnevale sembra voler riproporre in chiave burlesca la “Giudaica”. Il tutto comincia nel bosco vicino al paese...
...Un gruppo di “brutti ceffi” appare improvvisamente. Tra questi possiamo riconoscere una Sposa e uno Sposo, quattro Carabinieri, un Prete e il suo Sacrestano, un Giudice e due Medici. Poi c’è una banda informe e malvestita di “cafoni” uomini e donne: calze di seta, scarponi vecchi, gonne stropicciate giacche ripezzate, coppole, pantaloni di velluto. Tra questi mi vengono presentati: “U Pezzente”, “Quaremmma”, “Carnevale”.
Il primo porta una sacca di Juta a tracollo, dove riporre il frutto della mendicazione. Carnevale è un povero contadino ormai perso nei fumi dell’alcol, dell’ozio e della buona tavola. Quaremma, moglie di Carnevale, ama profondamente suo marito, nonostante la sua scarsa propensione a provvedere agli impegni familiari ed a sfamare i 7 figli, forse per qualche non misteriosa dote nascosta. A causa della sua vita immorale e “scellerata” è agli arresti, trascinato con le corde da due Carabinieri. Ma c’è un’altra figura, feroce selvaggia e inquietante, completamente coperta di peli, incatenata e condotta anch’essa da due carabinieri, che avanza minacciosa, spaventando bambini e ragazzi: l’Orso! Così questo strano corteo attraversa i vicoli del Paese, accompagnato, da tarantelle e zampogne, danzando in ogni piazzetta, scherzando, seguito da ragazzi che scherniscono l’orso, e con la gente che saluta dalle finestre.
Portafortuna, con una gabbietta al collo con dentro un porcellino d’india (la mattina però era una colomba...magia?) bussa alle porte. La gente apre, infila un' offerta in un barattolo e ritira un bigliettino della fortuna. Così ecco che una signora di 93 anni, dopo aver aperto la porta e infilato l’offerta, non resiste al suono delle zampogne e dell’organetto e scende armata di cupe-cupe, a ballare sulla piazzetta.
La meta finale è la piazza dove si svolgerà il processo a Carnevale con un confronto serrato tra avvocato difensore e accusatore. Ma il giudice, come Pilato, lascia che sia il popolo a decidere, e nonostante i pianti strazianti di Quaremma e figlie, la condanna a morte per fucilazione è inevitabile. L’esecuzione immediata si concluderà con la fuga dell’Orso che porterà via il corpo straziato di Carnevale fuori dalle mura cittadine...Così termina questa parodia “sacrilega” della passione di Cristo, in questa giornata in cui è concesso scherzare di tutto, irridere i notabili del paese, prendersi in giro, esprimere il desiderio di una vita meno rigorosa.
“Il pianto di Quaremma e figlie si rifà in qualche modo al tradizionale lamento funebre delle nostre nonne - secondo Rosa Santini, responsabile della Pro-Loco. Tutto si svolge in modo improvvisato, dove l’unica cosa rigorosamente stabilita sono i ruoli delle figure principali.” Se cerchi un volto sotto le maschere ti accorgi che spesso gli occhi non sono giovani come si potrebbe pensare e che non è una festa di soli ragazzi, ma coinvolge gente di ogni fascia di età. Un “Carabiniere” (anche se sembra un agente della “poliza” albanese) mi confessa che quest’anno non ha fatto la sposa perché se lo fa ogni anno poi lo riconoscono.
La festa ha una sua “gemella” ad Alessandria del Caretto in Calabria, nell’altro versante del Pollino, e chissà in quante altre località è andata ormai perduta. Il Processo si svolge ogni anno l’ultima domenica di Carnevale e si comincia a sfilare per le vie del paese dalle 10 di mattina circa. La serata si è conclusa con la sagra dei “maccaroni con la mollica” e della “cuculella” (formaggio uova patate) due piatti tradizionali della cultura gastronomica di Teana.
Non perdetevi l’occasione di visitare anche il bel Museo della Civiltà Contadina, ricco di materiali, sapientemente raccolti e conservati, ed anche ben esposti. Da Teana il panorama spazia verso i monti dell’Appennino Lucano, fino alle vette del Pollino. Ad oriente si aprono le pianure dello Ionio, quelle terre che qualcuno avrebbe voluto condannare a cimitero nucleare.
Parto da San Costantino Albanese per Accettura attraversando una Basilicata molto diversa dalla quella che abitualmente frequento: le fiumare, i calanchi, gli arbusti bassi, il sole che brucia anche la mattina presto, le colline pressoché deserte di case e di gente, i pochi alberi a memoria delle foreste che furono. Osservo questa terra che sembra così ingrata verso i suoi abitanti, ma penso anche quanto poco siamo stati gentili con lei per meritarci trattamenti migliori. Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'. Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane. Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa. Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese. Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.