Il Pollino presenta la drammatica situazione di essere un Parco "inospitale" escursionisti e mancano strutture capaci di dare una efficiente assistenza a chi pratica l'escursionismo o semplicemente ai gruppi scolastici in visita la cuore del parco.
Il Parco Nazionale è un Parco molto strano. Nonostante ormai siano passati 10 anni dalla sua istituzione invece di dotarsi di servizi, sembra in fase di liquidazione.
Nel territorio Lucano del Parco esistono ben 10 rifugi: Fasanelli e Colle Ruggio a Rotonda, De Gasperi e Visitone a Viggianello, Madonna di Pollino a Sanseverino, Segheria, Catusa e Aquila Verde a Terranova di Pollino, Acquafredda a San Costantino Albanese, Caserma a Francavilla sul Sinni, Bosco Favino a Castelsaraceno.
Forse ne manca qualcuno all'appello, me ne scuso con il lettore, ma evidentemente se non mi vengono in mente è solo perché non attivi o non adeguatamente pubblicizzati.
Al momento di questo lungo elenco sono in funzione solo il De Gasperi, Visitone (solo ristorazione), Acquafredda, Aquila Verde.
I due rifugi di Rotonda "sono stati chiusi" fine estate 2000 e sono in totale abbandono e degrado, la segheria (colossale struttura in stile Montagne Rocciose) non ha mai aperto, la Catusa da anni non lavora più, di Madonna di Pollino non si hanno notizie di eventuali aperture, Caserma "non pervenuto".
Invece è notizia di questi giorni che il Rifugio Bosco Favino "è stato chiuso" causa di attriti tra i gestori e l'amministrazione comunale, a poco più di un anno dalla sua apertura.
Non mi interessa di chi siano le responsabilità, a me interessa solo che un altro rifugio è chiuso.
Questo significa che non potrò mettere nei miei programmi per le scuole l'escursione ai Pini Loricati, la visita a Castelsaraceno, una passeggiata trai "Frusci", perché senza una struttura di appoggio per il pranzo, per i servizi igienici, per le emergenze. Gli insegnanti senza uan struttura di appoggio considerano disagevole avventurarsi in queste località che ai loro occhi sembrano abbandonate da Dio, nonostante il notevole valore paesaggistico che le caratterizza.
Così Castelsaraceno cadrà nel dimenticatoio del Parco.
Se qualcuno vorrà replicare sulla eventuale "cattiva gestione" della cooperativa, io rispondo semplicemente che non mi interessano le opinioni ne dell'una ne dell'altra parte. L'unica cosa che mi riguarda e che per quel rifugio tra ricorsi, tribunali, avvocati passeranno come minimo 5-6 anni affinché riapra di nuovo. Durante questo lungo tempo marciranno le fondamenta, gli infissi, gli impianti. Quando si sarà chiarita la situazione bisognerà spendere qualche decina di migliaia di euro per riportarlo in condizione di funzionare: soldi che l?amministrazione comunale non avrà, quindi bisognerà chiedere finanziamenti, e così via.
Risultato i gestori "vecchi" non avranno potuto lavorare, i potenziali "nuovi" saranno invecchiati in attesa di veder esaudire le loro richieste.
È una vecchia storia che si ripresenta uguale, ovunque, sempre: ne dovrebbero fare tesoro gli amministratori prima di intraprendere strade che non giovano a nessuno.
L'unico risultato evidente è che intanto nel Pollino non si possono fare trekking rifugio-rifugio, non si possono accompagnare scolaresche in luoghi sicuri ed assistiti, i turisti non possono usufruire di strutture di emergenza e chiedere informazioni, guide, alloggi.
Per non parlare dell?assurda pretesa di fare dei rifugi strutture che funzionino al tempo stesso da bar, pub,albergo, agriturismo, ristorante. Un rifugio è un rifugio e in quanto tale dovrebbe essere pensato per una ospitalità di tipo spartana, economica e dedicata ad un turismo specializzato: gruppi trekking, campi scuola, settimane verdi.
Ci sarebbe bisogno di un intesa tra Regione Basilicata e Parchi per affrontare con strumenti giuridici questa assurdo indice di arretratezza culturale ed economica.
Uno dei più grandi fallimenti della politica ambientale e conservazionista italiana
mercoledì 3 settembre 2003
martedì 10 giugno 2003
Il "Maggio" di Accettura
Parto da San Costantino Albanese per Accettura attraversando una Basilicata molto diversa dalla quella che abitualmente frequento: le fiumare, i calanchi, gli arbusti bassi, il sole che brucia anche la mattina presto, le colline pressoché deserte di case e di gente, i pochi alberi a memoria delle foreste che furono. Osservo questa terra che sembra così ingrata verso i suoi abitanti, ma penso anche quanto poco siamo stati gentili con lei per meritarci trattamenti migliori.
Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'.
Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane.
Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa.
Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese.
Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.
Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'.
Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane.
Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa.
Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese.
Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.
venerdì 21 marzo 2003
Il vero Petrolio è l'Acqua!
La nostra acqua non si beve senza tutela dei lavoratori e dell?ambienteIl vero petrolio della Basilicata è l'acqua. Partendo da questo "dogma", facciamo alcune riflessioni. L'acqua in Basilicata è stata gestita nel peggiore dei modi. Interi territori dove un tempo fioriva l'agricoltura sono state allagate da colossali dighe. Ciò nonostante l'acqua sembra che non basti mai. La siccità del 2002 fortunatamente è stata superata grazie ad una estate straordinariamente piovosa, che però ha provocato danni di altro tipo grazie alla pessima gestione de letti fluviali.
Nessuna pianificazione è stata mai attuata al fine di realizzare un giusto rapporto tra riserve idriche e consumi. Puntualmente si è arrivati a fine estate con dotazione di acqua insufficiente a soddisfare le distese agricole assetate di Puglia e Basilicata. L'acqua è stata svenduta per poche lire, sventrando valli e montagne con sistemi di distribuzione che fanno acqua dappertutto, è proprio il caso di dirlo. La gestione affidata ad Enti che, come al solito sono occupati da persone espressione delle solite forze politiche, che si sono dimostrati incapaci di pianificare decentemente la somministrazione dell?acqua e la manutenzione dei sistemi irrigui e potabili.
Uno dei sintomi di questa gestione azzardata e superficiale di una risorsa dall?altissimo valore ecologico ed economico è l'indebitamento dell'Ente di Irrigazione che ha lasciato sul lastrico 200 famiglie di lavoratori, che continuano a lavorare senza stipendio, per non perdere il posto di lavoro e per la mancanza di concrete alternative. In mano a questi operai senza stipendio cè il funzionamento delle dighe Pertusillo, Monte Cotugno, Camastra, Aderenza, Genzano e Basentello. La loro condizione è una vera vergogna nazionale, che passa quasi inosservata sui media locali. È incredibile che la gestione delle dighe al momento sia, di fatto, in mano al "volontariato". Nessun piano di investimento dei proventi derivati dalla vendita dell'acqua è stato destinato al recupero ambientale e alla realizzazione di rimboschimenti che a lungo termine garantiscono la "produzione" di acqua.
Scarsi o nulli gli interventi destinati al risanamento e alla prevenzione di fenomeni di inquinamento del prezioso liquido. Ovunque discariche e scarichi di liquidi inquinanti sporcano in tutta tranquillità i nostri corsi di acqua arricchendo di minerali preziosi e batteri le acque poi destinate al consumo umano diretto e indiretto e infine al mare delle nostre tanto decantate coste marine. Proprio di recente durante un mio viaggio a Matera ho documentato un piccolo corso d'acqua, nei pressi di Ferrandina, dalle acque completamente nere che placidamente scorreva nelle campagne, fino al nostro caro e tranquillo Basento.
giovedì 13 febbraio 2003
Imbecille uccide un Cervo
A meno di 10 giorni dalla liberazione un bracconiere uccide un esemplare di cerva femmina in gravidanza
Stamattina a San Severino Lucano non si parlava di altro, nei bar, per strada: hanno ucciso un cervo!!! Sono passati meno di 10 giorni dalla liberazione dei 35 cervi provenienti dall?Austria che è avvenuto il primo caso di bracconaggio. Questo gesto ci riporta in coda alla graduatoria dei paesi cosiddetti civili. Vergogna!
Il cervo, una femmina in gravidanza, è stata ritrovata Lunedì ed è stata uccisa tra Sabato e Domenica. Questi animali provenendo da un paese, l?Austria, dove rigorosamente vengono rispettati i divieti di caccia e la gente è fortemente rispettosa dell?ambiente, si sono avvicinati alle zone abitate con tutta tranquillità. Ma qui, invece di un austriaco, hanno trovato un imbecille. L?animale è stato ritrovato scuoiato ed sviscerato con un precisione da macellaio: è evidente quindi che si tratta di una persona esperta all?abbattimento di grossi animali, forse un cacciatore di cinghiali. Il confine tra bracconiere e cacciatore e sempre molto sottile. Pare che la Forestale si stia adoperando per aumentare il controllo nell?area di liberazione del cervo, anche se tale impegno poteva essere preso immediatamente e contemporaneamente alla liberazione.
Dal canto suo dai vertici dell?Ente Parco non arriva nessun comunicato. Credo che in questo momento l?Ente sta avendo un atteggiamento permissivo o di passiva indifferenza al problema del bracconaggio nel Parco. Da ovunque arrivano notizie di cinghiali uccisi, spesso di scrofe in attesa di partorire i piccoli, così come la presenza di alcune specie animali, che sembravano essere aumentate in passato, sono di nuovo in declino. Non è una novità che anche in località come Piano Ruggio non sia infrequente la presenza di cacciatori di lepre. Alcuni cinghiali sono stati uccisi a Rotonda a pochi km in linea d?aria dall?Ente Parco.
A dieci anni dall?istituzione del Parco non sono ancora state definite le aree contigue riservate ai cacciatori residenti nei comuni del Parco e questo provoca malcontento e favorisce il bracconaggio.
L?uccisione della cerva è sintomo di una amministrazione inadeguata alla gestione dell?ambiente. Presidenti e direttori, vecchi e nuovi, non hanno perso mai occasione per apparire a convegni e interviste televisive. In questo momento una forte presa di posizione dell'Ente per difendere il SUO progetto della reintroduzione del cervo era d?obbligo e necessaria. L?Ente deve far sapere a tutti da quale parte è schierato: un pastore deve difendere le sue pecore! Da subito avrebbe dovuto mobilitare la Forestale ad una maggiore operatività sul territorio. Da subito avrebbe dovuto mobilitare associazioni, enti locali, scuole, istituzioni ad ?adottare? simbolicamente i cervi, affinché si venga a creare un ambiente favorevole al progetto e ostile a chi compie atti vandalici di questo tipo.
Questi cervi hanno uno scopo ben preciso: essere i fondatori di una popolazione che ricolonizzi il territorio del Pollino.Qualcuno nella sua gretta ed istintiva visione del mondo ha pensato bene di mangiarsene uno.
Cosa importa a questo imbecille se un giorno questo nucleo di cervi consentirà di ricolonizzare le vaste aree montane della Basilicata e della Calabria. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche anno cittadini e turisti del parco potranno ammirare la possente mole di un cervo maschio che pascola sui prati del Pollino e non vederli sempre e solo in televisione o allo zoo. Cosa importa a questo imbecille di quella cerva incinta che avrebbe potuto dare vita al primo cerbiatto nato sul Pollino da due secoli. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche decennio potrà essere possibile aprire la caccia al cervo nelle aree esterne al Parco e dare vita ad un economia legata allo sfruttamento della selvaggina. Cosa importa a questo imbecille se un esemplare di cervo che è costato circa 2000 euro ed è stato trasportato per 3.000 km dall?Austria fino al Pollino era destinato a scopi più alti e nobili della cottura in una lercia padella.
Quest?uomo in questo momento si sta mangiando un pezzo delle nostre speranze e mi auguro che ne possa restare fortemente disgustato.
Stamattina a San Severino Lucano non si parlava di altro, nei bar, per strada: hanno ucciso un cervo!!! Sono passati meno di 10 giorni dalla liberazione dei 35 cervi provenienti dall?Austria che è avvenuto il primo caso di bracconaggio. Questo gesto ci riporta in coda alla graduatoria dei paesi cosiddetti civili. Vergogna!
Il cervo, una femmina in gravidanza, è stata ritrovata Lunedì ed è stata uccisa tra Sabato e Domenica. Questi animali provenendo da un paese, l?Austria, dove rigorosamente vengono rispettati i divieti di caccia e la gente è fortemente rispettosa dell?ambiente, si sono avvicinati alle zone abitate con tutta tranquillità. Ma qui, invece di un austriaco, hanno trovato un imbecille. L?animale è stato ritrovato scuoiato ed sviscerato con un precisione da macellaio: è evidente quindi che si tratta di una persona esperta all?abbattimento di grossi animali, forse un cacciatore di cinghiali. Il confine tra bracconiere e cacciatore e sempre molto sottile. Pare che la Forestale si stia adoperando per aumentare il controllo nell?area di liberazione del cervo, anche se tale impegno poteva essere preso immediatamente e contemporaneamente alla liberazione.
Dal canto suo dai vertici dell?Ente Parco non arriva nessun comunicato. Credo che in questo momento l?Ente sta avendo un atteggiamento permissivo o di passiva indifferenza al problema del bracconaggio nel Parco. Da ovunque arrivano notizie di cinghiali uccisi, spesso di scrofe in attesa di partorire i piccoli, così come la presenza di alcune specie animali, che sembravano essere aumentate in passato, sono di nuovo in declino. Non è una novità che anche in località come Piano Ruggio non sia infrequente la presenza di cacciatori di lepre. Alcuni cinghiali sono stati uccisi a Rotonda a pochi km in linea d?aria dall?Ente Parco.
A dieci anni dall?istituzione del Parco non sono ancora state definite le aree contigue riservate ai cacciatori residenti nei comuni del Parco e questo provoca malcontento e favorisce il bracconaggio.
L?uccisione della cerva è sintomo di una amministrazione inadeguata alla gestione dell?ambiente. Presidenti e direttori, vecchi e nuovi, non hanno perso mai occasione per apparire a convegni e interviste televisive. In questo momento una forte presa di posizione dell'Ente per difendere il SUO progetto della reintroduzione del cervo era d?obbligo e necessaria. L?Ente deve far sapere a tutti da quale parte è schierato: un pastore deve difendere le sue pecore! Da subito avrebbe dovuto mobilitare la Forestale ad una maggiore operatività sul territorio. Da subito avrebbe dovuto mobilitare associazioni, enti locali, scuole, istituzioni ad ?adottare? simbolicamente i cervi, affinché si venga a creare un ambiente favorevole al progetto e ostile a chi compie atti vandalici di questo tipo.
Questi cervi hanno uno scopo ben preciso: essere i fondatori di una popolazione che ricolonizzi il territorio del Pollino.Qualcuno nella sua gretta ed istintiva visione del mondo ha pensato bene di mangiarsene uno.
Cosa importa a questo imbecille se un giorno questo nucleo di cervi consentirà di ricolonizzare le vaste aree montane della Basilicata e della Calabria. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche anno cittadini e turisti del parco potranno ammirare la possente mole di un cervo maschio che pascola sui prati del Pollino e non vederli sempre e solo in televisione o allo zoo. Cosa importa a questo imbecille di quella cerva incinta che avrebbe potuto dare vita al primo cerbiatto nato sul Pollino da due secoli. Cosa importa a questo imbecille se tra qualche decennio potrà essere possibile aprire la caccia al cervo nelle aree esterne al Parco e dare vita ad un economia legata allo sfruttamento della selvaggina. Cosa importa a questo imbecille se un esemplare di cervo che è costato circa 2000 euro ed è stato trasportato per 3.000 km dall?Austria fino al Pollino era destinato a scopi più alti e nobili della cottura in una lercia padella.
Quest?uomo in questo momento si sta mangiando un pezzo delle nostre speranze e mi auguro che ne possa restare fortemente disgustato.
venerdì 7 febbraio 2003
Il ritorno del Cervo
Questa è una delle notizie che fa piacere sentire. Nel Parco Nazionale del Pollino è stato reintrodotto il Cervo. Il Cervo (Cervus elaphus) è un mammifero della famiglia dei Cervidi. Di questa famiglia fa parte anche il Capriolo e il Daino e insieme a quella dei Bovidi (rappresentata in Italia dal Camoscio, Stambecco e Muflone) appartiene al sottordine dei Ruminanti. Le due famiglie si distinguono tra di loro per le corna (trofeo) che nei Cervidi si rinnovano ogni anno mentre nei Bovidi sono a crescita continua.
venerdì 3 gennaio 2003
Scempio sul Fiume Frido
Nel comune di San Severino è in corso di realizzazione un opera importante e fondamentale per la tutela ambientale del territorio e delle condizioni igienico-sanitarie della popolazione. Tanto di cappello alla Comunità Montana “ALTO SINNI”, se si considera che città come Milano non sono ancora servite da depuratore.
sabato 5 ottobre 2002
Il Parco "Autorizzatutto" (o quasi)...
Il 28 e 29 Settembre (2002) a San Severino Lucano si è tenuto un convegno dal titolo "Parchi d'Europa a confronto". Non ho seguito i lavori a causa di un senso di nausea viscerale per le sfilate dei soliti pezzi grossi attualmente riciclati da "esperti" di tutela ambientale e gestione del territorio.
Forse ho sbagliato, ma sinceramente sono stufo di essere invitato unicamente per riempire la sala e non far sfigurare televisivamente gli organizzatori. Io reclamo un Diritto di Cittadinanza, di "ascolto" che fino ad oggi ci è stato negato.
Sono stufo di vedere la Rai al servizio delle eminenze politiche di turno: registrano le prime parole di circostanza, fanno la solita intervista/comizio e se ne vanno.
Non ha caso è passato inosservato sui media qualcuno che ha tentato di rovinare la festa: Giuseppe Carbone storico ex sindaco di Terranova di Pollino si è presentato con un volantino dal titolo "No al Parco Inquinato".
Il volantino a sua firma come rappresentate dei DS della sua sezione contesta il Progetto Enel di conversione a Biomasse della centrale Termoelettrica del Mercure nell'omonima Valle.
La centrale in questione dovrebbe produrre corrente elettrica bruciando residui della lavorazione del legno non trattati e scarti vegetali. Ma il termine Biomasse, apparentemente innocuo e rassicurante (sa di Biologico), è troppo vago. In teoria escluderebbe solo fonti organiche di origine fossili (petrolio, carbone).
Il progetto di conversione è stato autorizzato il 20 giugno 2002 dall?Ente Parco Nazionale del Pollino e il 2 settembre anche dal Direttore del settore Attività Economiche e Produttive della Provincia di Cosenza: la centrale infatti è localizzata nel comune di Laino Borgo (CS)
Alla Basilicata la questione non interessa in quanto la stessa è distante dalla nostra Regione almeno 100 metri dal confine: quindi possiamo stare tranquilli.
In particolare la Provincia di Cosenza ha autorizzato secondo Pinuccio Carbone anche la combustione di materiali diversi: in sostanza il rappresentante dei DS teme che la centrale possa diventare un vero e proprio inceneritore di rifiuti organici e quindi rappresentare una fonte notevole di inquinamento dell?aria con l?importazione di rifiuti da un bacino interregionale molto vasto.
Il tutto è successo in assoluta assenza di un dibattimento locale: partiti di qualsiasi area, associazioni ambientaliste, amministrazioni, sembrano non saperne nulla o tacere di proposito.
Il Parco come Ente di tutela del territorio, e quindi garante anche della qualità ambientale, dimostra anche in questo caso di essere inadeguato, assente.
Il Parco autorizza tutto: centrali elettriche, idroelettriche, elettrodotti, strade. Anzi a volte si fa promotore di iniziative poco compatibili con gli obiettivi fondamentali del Parco, oppure fa finta di non vedere, di non capire (anzi qualche volta non capisce veramente).
Mi chiedo a cosa serva a questo punto chiedere l'autorizzazione al Parco, se l'Ente si limita solo a dare pareri favorevoli.
Ma non fatevi illusioni: per avere un parere favorevole sulla realizzazione di una vostra piccola piccola opera o iniziativa bisogna essere grossi, molto grossi.
Forse ho sbagliato, ma sinceramente sono stufo di essere invitato unicamente per riempire la sala e non far sfigurare televisivamente gli organizzatori. Io reclamo un Diritto di Cittadinanza, di "ascolto" che fino ad oggi ci è stato negato.
Sono stufo di vedere la Rai al servizio delle eminenze politiche di turno: registrano le prime parole di circostanza, fanno la solita intervista/comizio e se ne vanno.
Non ha caso è passato inosservato sui media qualcuno che ha tentato di rovinare la festa: Giuseppe Carbone storico ex sindaco di Terranova di Pollino si è presentato con un volantino dal titolo "No al Parco Inquinato".
Il volantino a sua firma come rappresentate dei DS della sua sezione contesta il Progetto Enel di conversione a Biomasse della centrale Termoelettrica del Mercure nell'omonima Valle.
La centrale in questione dovrebbe produrre corrente elettrica bruciando residui della lavorazione del legno non trattati e scarti vegetali. Ma il termine Biomasse, apparentemente innocuo e rassicurante (sa di Biologico), è troppo vago. In teoria escluderebbe solo fonti organiche di origine fossili (petrolio, carbone).
Il progetto di conversione è stato autorizzato il 20 giugno 2002 dall?Ente Parco Nazionale del Pollino e il 2 settembre anche dal Direttore del settore Attività Economiche e Produttive della Provincia di Cosenza: la centrale infatti è localizzata nel comune di Laino Borgo (CS)
Alla Basilicata la questione non interessa in quanto la stessa è distante dalla nostra Regione almeno 100 metri dal confine: quindi possiamo stare tranquilli.
In particolare la Provincia di Cosenza ha autorizzato secondo Pinuccio Carbone anche la combustione di materiali diversi: in sostanza il rappresentante dei DS teme che la centrale possa diventare un vero e proprio inceneritore di rifiuti organici e quindi rappresentare una fonte notevole di inquinamento dell?aria con l?importazione di rifiuti da un bacino interregionale molto vasto.
Il tutto è successo in assoluta assenza di un dibattimento locale: partiti di qualsiasi area, associazioni ambientaliste, amministrazioni, sembrano non saperne nulla o tacere di proposito.
Il Parco come Ente di tutela del territorio, e quindi garante anche della qualità ambientale, dimostra anche in questo caso di essere inadeguato, assente.
Il Parco autorizza tutto: centrali elettriche, idroelettriche, elettrodotti, strade. Anzi a volte si fa promotore di iniziative poco compatibili con gli obiettivi fondamentali del Parco, oppure fa finta di non vedere, di non capire (anzi qualche volta non capisce veramente).
Mi chiedo a cosa serva a questo punto chiedere l'autorizzazione al Parco, se l'Ente si limita solo a dare pareri favorevoli.
Ma non fatevi illusioni: per avere un parere favorevole sulla realizzazione di una vostra piccola piccola opera o iniziativa bisogna essere grossi, molto grossi.
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