domenica 11 aprile 2004

La "Pita" di Alessandria del Carretto (CS)

Ultima domenica di Aprile, giorno di pioggia, di quelli che non si dimenticano mai. Percorro una strada che procede in salita: praticamente una scia di fango scivoloso circondato da dense nubi che annebbiano anche la mia capacità di immaginare il paesaggio che mi circonda.
Nella piazza del paese incontro quattro “forestieri” venuti da Roma, attratti da questo rito, che neanche lontanamente immaginavano quanto potesse essere disagevole arrivare sin qua. Una di loro francese: lei con la voglia di conoscere le musiche delle zampogne ha trascinato tutti gli altri.
Continuiamo a camminare nella nebbia senza sapere neanche cosa ci aspetta lassù, quasi in cima al Timpone delle Neviera. Nel frattempo incontriamo gente che si è organizzata, anche sotto la pioggia, per un pasto frugale ma abbondante. Il pane tagliato in grosse fette accompagna soffritti, melanzane a scapece, salami e formaggi di una bontà indimenticabile. Il vino non manca, ottimo, è il migliore anestetico per non sentire l’acqua della pioggia che ti entra dappertutto. All’improvviso, urla fortissime e suoni di organetto fendono la nebbia. Si sente un inedito strano rumore ed ecco che ti appare davanti dal nulla la “cimahe” e la “pita”.
La cimahe è un giovane abete tagliato e trasportato a spalle con tutta la chioma. La Pita invece è un grosso abete, sfrondato e pulito, spinto sul fango dalla forza di decine di uomini urlanti. Gli uomini fanno forza su delle leve, “tire”, poste perpendicolarmente al tronco di abete, ed agganciate con le “torte” (corde di legno) ad anelli di ferro inchiodati sul tronco.
Si continua in questo modo per tutta la giornata con pause intervallate da soste dedicate al consumo di vivande, di vino, alla buona conversazione e alla danza al suono di organetto, zampogne, totarelle e tamburelli. La pioggia insiste, ma i pitaioli non demordono.
L’arrivo in paese prima di sera è un tripudio generale di chi ha scalato la montagna, faticato per condurre la Pita, ma anche di chi ogni anno l’aspetta in paese.
La prossima domenica ci si ritroverà per maritare i due alberi…

martedì 24 febbraio 2004

Teana: un Carnevale Lucano

Un processo a Carnevale sembra voler riproporre in chiave burlesca la “Giudaica”. Il tutto comincia nel bosco vicino al paese...

...Un gruppo di “brutti ceffi” appare improvvisamente. Tra questi possiamo riconoscere una Sposa e uno Sposo, quattro Carabinieri, un Prete e il suo Sacrestano, un Giudice e due Medici. Poi c’è una banda informe e malvestita di “cafoni” uomini e donne: calze di seta, scarponi vecchi, gonne stropicciate giacche ripezzate, coppole, pantaloni di velluto. Tra questi mi vengono presentati: “U Pezzente”, “Quaremmma”, “Carnevale”.



Il primo porta una sacca di Juta a tracollo, dove riporre il frutto della mendicazione. Carnevale è un povero contadino ormai perso nei fumi dell’alcol, dell’ozio e della buona tavola. Quaremma, moglie di Carnevale, ama profondamente suo marito, nonostante la sua scarsa propensione a provvedere agli impegni familiari ed a sfamare i 7 figli, forse per qualche non misteriosa dote nascosta. A causa della sua vita immorale e “scellerata” è agli arresti, trascinato con le corde da due Carabinieri. Ma c’è un’altra figura, feroce selvaggia e inquietante, completamente coperta di peli, incatenata e condotta anch’essa da due carabinieri, che avanza minacciosa, spaventando bambini e ragazzi: l’Orso! Così questo strano corteo attraversa i vicoli del Paese, accompagnato, da tarantelle e zampogne, danzando in ogni piazzetta, scherzando, seguito da ragazzi che scherniscono l’orso, e con la gente che saluta dalle finestre.

Portafortuna, con una gabbietta al collo con dentro un porcellino d’india (la mattina però era una colomba...magia?) bussa alle porte. La gente apre, infila un' offerta in un barattolo e ritira un bigliettino della fortuna. Così ecco che una signora di 93 anni, dopo aver aperto la porta e infilato l’offerta, non resiste al suono delle zampogne e dell’organetto e scende armata di cupe-cupe, a ballare sulla piazzetta.

La meta finale è la piazza dove si svolgerà il processo a Carnevale con un confronto serrato tra avvocato difensore e accusatore. Ma il giudice, come Pilato, lascia che sia il popolo a decidere, e nonostante i pianti strazianti di Quaremma e figlie, la condanna a morte per fucilazione è inevitabile. L’esecuzione immediata si concluderà con la fuga dell’Orso che porterà via il corpo straziato di Carnevale fuori dalle mura cittadine...Così termina questa parodia “sacrilega” della passione di Cristo, in questa giornata in cui è concesso scherzare di tutto, irridere i notabili del paese, prendersi in giro, esprimere il desiderio di una vita meno rigorosa.

“Il pianto di Quaremma e figlie si rifà in qualche modo al tradizionale lamento funebre delle nostre nonne - secondo Rosa Santini, responsabile della Pro-Loco. Tutto si svolge in modo improvvisato, dove l’unica cosa rigorosamente stabilita sono i ruoli delle figure principali.” Se cerchi un volto sotto le maschere ti accorgi che spesso gli occhi non sono giovani come si potrebbe pensare e che non è una festa di soli ragazzi, ma coinvolge gente di ogni fascia di età. Un “Carabiniere” (anche se sembra un agente della “poliza” albanese) mi confessa che quest’anno non ha fatto la sposa perché se lo fa ogni anno poi lo riconoscono.

La festa ha una sua “gemella” ad Alessandria del Caretto in Calabria, nell’altro versante del Pollino, e chissà in quante altre località è andata ormai perduta. Il Processo si svolge ogni anno l’ultima domenica di Carnevale e si comincia a sfilare per le vie del paese dalle 10 di mattina circa. La serata si è conclusa con la sagra dei “maccaroni con la mollica” e della “cuculella” (formaggio uova patate) due piatti tradizionali della cultura gastronomica di Teana.

Non perdetevi l’occasione di visitare anche il bel Museo della Civiltà Contadina, ricco di materiali, sapientemente raccolti e conservati, ed anche ben esposti. Da Teana il panorama spazia verso i monti dell’Appennino Lucano, fino alle vette del Pollino. Ad oriente si aprono le pianure dello Ionio, quelle terre che qualcuno avrebbe voluto condannare a cimitero nucleare.



martedì 21 ottobre 2003

No al Nucleare! Sempre e Ovunque

I rifiuti nucleari sono il nodo al pettine di chi vuole riaprire le centrali in Italia. E' la volta di discutere di un problema energetico ben più ampio.

Grazie ad un referendum popolare, qualche decina di anni fa l'Italia fermo' i progetti in corso di costruzione di alcune centrali nucleari.

Nonostante cio' decine di migliaia di metri cubi di materiale radioattio vennero prodotti. Si tratta di una quantita' "esigua" se si pensa che in Italia nessuna centrale nucleare in tutti questi anni ha realmente prodotto corrente elettrica.

Quindi, se vogliamo, la questione di dove e come stoccare questo materiale e' solo "un problemino". Questa "ridotta" quantita' di scorie e' assolutamente insignificante rispetto a quello che sarebbe stato se fossimo una potenza nucleare.

Cosa sarebbe successo se le centrali fossero state attive?

Quanti metri cubi avremmo dovuto stoccare in Basilicata o in altre localita' italiane? Il nostro paese e' densamente abitato, il "mare nostrum" non e' solo "nostrum", non abbiamo Siberie, Sahara o Mururoe da usare come pattumiere del nostro sviluppo.

La questione Basilicata e' un nodo che viene al pettine di chi in questi anni ha affermato che la scelta del Referendum fu "emotiva" e "sbagliata". Non abbiamo "Sbagliato": non volevamo il nucleare allora, e non dobbiamo volerlo ne ora e ne mai!

La scelta dei siti per lo stoccaggio di questi rifiuti cade ovviamente su localita' dalla bassa densita' abitativa, dalla scarsa capacita' delle popolazioni locali di opporsi, dalla non affinita' politica dei governi locali con quelli centrali (per dirla tutta "Siamo Comunisti").

Bisogna dire no ai rifiuti, ma affermare con forza il NO AL NUCLEARE come fonta di energia alternativa.

I rifiuti nucleari hanno un tempo di vita di migliaia di anni. Forse vogliono allentare la morsa della disoccupazione, assicurando ai meridionali, lavoro come guardiano della morte per tutto questo tempo?

Che ne sara, di questi depositi fra 100 o 1000 anni? In America stanno studiando in che modo, tra 5 mila anni o piu', una civilta' con lingua e cultura diversa dalla nostra (e non per forza piu' evoluta) potra' leggere in modo chiaro le indicazioni di estrema pericolosita'poste sui contenitori di materiale radioattivo.

Tutte le forze politiche, sociali e sindacali devono dire NO AL NUCLEARE, senza ipocrisie, perche' non esiste popolazione al mondo che debba accollarsi l'onere di pagare i danni di uno sviluppo pericoloso all'uomo e all'ambiente.

Non ci devono essere "SI AL NUCLEARE, MA NON A CASA MIA"!

NO agli ipocriti che adesso cavalcano la tigre della protesta.

NO AL NUCLEARE SEMPRE E OVUNQUE

martedì 14 ottobre 2003

Pollino: nuovo consiglio direttivo (2003)

Si era parlato di un grande scontro politico ai vertici del Parco: invece è andato tutto per il "meglio". Soddisfazione in Calabria e soprattutto in Basilicata.

Si è insediato il nuovo Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, nominato con un decreto del 14 ottobre 2003 dal Ministro dell’Ambiente, On. Altero Matteoli, dice il comunicato stampa dell’Ente Parco del Pollino.
Per chi non se lo ricordasse, il 6 novembre del 2001 era stato nominato Commissario l’On. Fino di Alleanza Nazionale, con grande dispiacere degli ex-amministratori, soprattutto Lucani e di centrosinistra che avevano minacciato ricorsi e battaglie, ma infine non si è capito se abbiano rinunciato o se abbiano “perso”. Nel Frattempo On. Fino è diventato Presidente del Parco ma nei comunicati stampa continua a conservare il titolo di "Onorevole", suppongo per ricordare a tutti che si tratta di una fase “temporanea” di gestione politica alla quale dovrà seguire, una volta sistemato tutto, una di carattere più istituzionale.

Il comunicato stampa del 25 febbraio 2004 ci annuncia l’insediamento del nuovo Consiglio Direttivo, con tanto di nomi dei componenti ma senza accennare minimamente al profilo politico-curriculare che hanno motivato le nomine delle personalità incaricate.
Per cui molti nomi restano alquanto sconosciuti alla maggioranza dei cittadini del Parco più grande d’Europa. Evidentemente la fretta di annunciare il lieto evento non ha permesso, alla ricca task-force di addetti stampa e alla comunicazione del Parco, di arricchire il comunicato.
Cercherò con il presente articolo di fornire ai lettori qualche informazione in più, che saranno comunque lacunose e accoglierò volentieri osservazioni e integrazioni che ovviamente contengano elementi di riscontro reale.

La comunità del Parco, formata dai Sindaci dei Comuni del Parco, ha designato, Vincenzo Bruno (Sindaco di San Sosti, DS), Gennaro Marsiglia (Sindaco del Comune di Aieta, centrosinistra), Domenico Mauro (Sindaco di Cerchiara di Calabria, Alleanza Nazionale), Luigi Viola (Sindaco di Chiaromonte, centro-sinistra), Francesco Fiore (Sindaco di Sanseverino Lucano, DS). Totale 3 Calabresi e 2 Lucani, 4 centrosinistra e 1 di centrodestra.

Le Associazioni Ambientaliste (WWF, Legambiente, ecc.) possono essere rappresentate da due componenti ed hanno proposto Vito Teti Professore di Antropologia Culturale della Università della Calabria e Vincenzo Fittipaldi, dipendente del Comune di Rotonda.

Anche gli Enti Scientifici e le Università possono nominare due componenti e sono: Domenico Pierangeli Professore dell'Università della Basilicata alla Facoltà di Scienze Forestali e Simonetta Fascetti professoressa associata di Botanica all'Università della Basilicata.

Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha nominato come componente del Consiglio il Dott. Giuseppe Graziano, Coordinatore del CTA del Parco e Coordinatore del Corpo Forestale dello Stato della Provincia di Cosenza.

Altri due componenti vengono nominati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e sono Carmelo Lo Fiego (commercialista di Francavilla sul Sinni) e Biagio Schifino (Ingegnere di Castrovillari).

I componenti sopraelencati sono stati scelti in linea con l’art. 9 della legge 394/91 che cito testualmente: “… tra persone particolarmente qualificate per le attività in materia di conservazione della natura o tra i rappresentanti della Comunità del Parco…”

Secondo il comunicato stampa il consiglio ha subito ratificato a maggioranza, anche se con un approfondita discussione e numerosi chiarimenti, le delibere (pare oltre 200) presidenziali adottate dal Presidente Fino nel 2002, nel 2003 e nel 2004. Cosa si celi tra le righe di queste scarne parole non è dato sapere.
Sono stati quindi anche fugati i timori di chi si è chiesto, in un articolo apparso su Lucanianet il 9.12.2003, se: “Può un Consiglio direttivo ratificare degli atti antecedenti alla sua esistenza?(…) Sanno i nuovi Consiglieri che possono incorrere nel reato di falso in atto pubblico, reato che per un amministratore è di una gravità unica, che pregiudica tutta la carriera futura?”

Il Consiglio Direttivo, ha anche approvato la rosa di nomi per il posto di Direttore del Parco per i prossimi 5 anni, da sottoporre al Ministero dell’Ambiente. I tre nominativi indicati sono: Giuseppe Melfi ufficiale CFS , Michele Laudati ex ufficiale del CFS ed ex Direttore del Parco della Calabria e Giuseppe Graziano (già componente del consiglio direttivo). Per dovere di informazione, queste candidature tutte interne al Corpo Forestale dello Stato, non devono indurre a pensare che i Direttori di Parchi debbano appartenere obbligatoriamente a questo Corpo di Polizia Ambientale. I Direttori vengono scelti da un Albo del Ministero dell’Ambiente alla quale si accede per titoli. L’attuale Direttore Facente Funzione non può purtroppo essere riconfermato in quanto non è nell’elenco suddetto, ma non conosco per quale ragione. Evidentemente il Consiglio Direttivo non ha ritenuto opportuno prendere in considerazione altre proposte di candidature dal ricco elenco, aggiornato di recente.
Infine lo stesso Consiglio Direttivo ha eletto anche la Giunta Esecutiva, della quale fanno parte, Biagio Schifino, Giuseppe Graziano (lo stesso di cui sopra), Domenico Bruno e Francesco Fiore.
Francesco Fiore, Sindaco di Sanseverino Lucano è stato anche nominato Vicepresidente. In questo modo si è creato il giusto equilibrio tra le rappresentanze politiche e territoriali.

Dalle voci che circolavano durante la prima fase del commissariamento e poi della gestione libera senza Consiglio Direttivo e Giunta, negli ambienti della politica lucana, ci si aspettava una grande resa dei conti, uno scontro territoriale tra lucani e calabresi, o uno scontro politico tra Centrosinistra e Centrodestra. Ma evidentemente alla fine il buon senso e l’interesse di lavorare insieme per la tutela dell’ambiente e di tutti i cittadini residenti nel Parco sia Lucani che Calabresi ha prevalso sulle immotivate polemiche e la sterile competizione politica.

Il Presidente Fino aprendo i lavori del Consiglio ha detto che “dopo la fase straordinaria la macchina dell’Ente Parco è stata riavviata, tocca ora al nuovo Consiglio direttivo farla camminare affinché s’inneschino sul territorio quei meccanismi di sviluppo da anni attesi dalle popolazioni del Pollino. Uno sviluppo – ha concluso Fino - che guardi con una particolare attenzione all’ambiente ma che sia capace di elevare la qualità della vita di chi ha deciso di vivere nel territorio protetto”.
Parole sante. Sottoscriviamo! …nell’attesa della nomina del Consiglio Direttivo avremmo potuto farci tutti una bella vacanza.

mercoledì 3 settembre 2003

Rifugi chiusi

Il Pollino presenta la drammatica situazione di essere un Parco "inospitale" escursionisti e mancano strutture capaci di dare una efficiente assistenza a chi pratica l'escursionismo o semplicemente ai gruppi scolastici in visita la cuore del parco.
Il Parco Nazionale è un Parco molto strano. Nonostante ormai siano passati 10 anni dalla sua istituzione invece di dotarsi di servizi, sembra in fase di liquidazione.
Nel territorio Lucano del Parco esistono ben 10 rifugi: Fasanelli e Colle Ruggio a Rotonda, De Gasperi e Visitone a Viggianello, Madonna di Pollino a Sanseverino, Segheria, Catusa e Aquila Verde a Terranova di Pollino, Acquafredda a San Costantino Albanese, Caserma a Francavilla sul Sinni, Bosco Favino a Castelsaraceno.
Forse ne manca qualcuno all'appello, me ne scuso con il lettore, ma evidentemente se non mi vengono in mente è solo perché non attivi o non adeguatamente pubblicizzati.
Al momento di questo lungo elenco sono in funzione solo il De Gasperi, Visitone (solo ristorazione), Acquafredda, Aquila Verde.
I due rifugi di Rotonda "sono stati chiusi" fine estate 2000 e sono in totale abbandono e degrado, la segheria (colossale struttura in stile Montagne Rocciose) non ha mai aperto, la Catusa da anni non lavora più, di Madonna di Pollino non si hanno notizie di eventuali aperture, Caserma "non pervenuto".
Invece è notizia di questi giorni che il Rifugio Bosco Favino "è stato chiuso" causa di attriti tra i gestori e l'amministrazione comunale, a poco più di un anno dalla sua apertura.
Non mi interessa di chi siano le responsabilità, a me interessa solo che un altro rifugio è chiuso.
Questo significa che non potrò mettere nei miei programmi per le scuole l'escursione ai Pini Loricati, la visita a Castelsaraceno, una passeggiata trai "Frusci", perché senza una struttura di appoggio per il pranzo, per i servizi igienici, per le emergenze. Gli insegnanti senza uan struttura di appoggio considerano disagevole avventurarsi in queste località che ai loro occhi sembrano abbandonate da Dio, nonostante il notevole valore paesaggistico che le caratterizza.
Così Castelsaraceno cadrà nel dimenticatoio del Parco.
Se qualcuno vorrà replicare sulla eventuale "cattiva gestione" della cooperativa, io rispondo semplicemente che non mi interessano le opinioni ne dell'una ne dell'altra parte. L'unica cosa che mi riguarda e che per quel rifugio tra ricorsi, tribunali, avvocati passeranno come minimo 5-6 anni affinché riapra di nuovo. Durante questo lungo tempo marciranno le fondamenta, gli infissi, gli impianti. Quando si sarà chiarita la situazione bisognerà spendere qualche decina di migliaia di euro per riportarlo in condizione di funzionare: soldi che l?amministrazione comunale non avrà, quindi bisognerà chiedere finanziamenti, e così via.
Risultato i gestori "vecchi" non avranno potuto lavorare, i potenziali "nuovi" saranno invecchiati in attesa di veder esaudire le loro richieste.
È una vecchia storia che si ripresenta uguale, ovunque, sempre: ne dovrebbero fare tesoro gli amministratori prima di intraprendere strade che non giovano a nessuno.
L'unico risultato evidente è che intanto nel Pollino non si possono fare trekking rifugio-rifugio, non si possono accompagnare scolaresche in luoghi sicuri ed assistiti, i turisti non possono usufruire di strutture di emergenza e chiedere informazioni, guide, alloggi.
Per non parlare dell?assurda pretesa di fare dei rifugi strutture che funzionino al tempo stesso da bar, pub,albergo, agriturismo, ristorante. Un rifugio è un rifugio e in quanto tale dovrebbe essere pensato per una ospitalità di tipo spartana, economica e dedicata ad un turismo specializzato: gruppi trekking, campi scuola, settimane verdi.
Ci sarebbe bisogno di un intesa tra Regione Basilicata e Parchi per affrontare con strumenti giuridici questa assurdo indice di arretratezza culturale ed economica.

martedì 10 giugno 2003

Il "Maggio" di Accettura

Parto da San Costantino Albanese per Accettura attraversando una Basilicata molto diversa dalla quella che abitualmente frequento: le fiumare, i calanchi, gli arbusti bassi, il sole che brucia anche la mattina presto, le colline pressoché deserte di case e di gente, i pochi alberi a memoria delle foreste che furono. Osservo questa terra che sembra così ingrata verso i suoi abitanti, ma penso anche quanto poco siamo stati gentili con lei per meritarci trattamenti migliori.
Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'.
Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane.
Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa.
Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese.
Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.

venerdì 21 marzo 2003

Il vero Petrolio è l'Acqua!

La nostra acqua non si beve senza tutela dei lavoratori e dell?ambiente

Il vero petrolio della Basilicata è l'acqua. Partendo da questo "dogma", facciamo alcune riflessioni. L'acqua in Basilicata è stata gestita nel peggiore dei modi. Interi territori dove un tempo fioriva l'agricoltura sono state allagate da colossali dighe. Ciò nonostante l'acqua sembra che non basti mai. La siccità del 2002 fortunatamente è stata superata grazie ad una estate straordinariamente piovosa, che però ha provocato danni di altro tipo grazie alla pessima gestione de letti fluviali.

Nessuna pianificazione è stata mai attuata al fine di realizzare un giusto rapporto tra riserve idriche e consumi. Puntualmente si è arrivati a fine estate con dotazione di acqua insufficiente a soddisfare le distese agricole assetate di Puglia e Basilicata. L'acqua è stata svenduta per poche lire, sventrando valli e montagne con sistemi di distribuzione che fanno acqua dappertutto, è proprio il caso di dirlo. La gestione affidata ad Enti che, come al solito sono occupati da persone espressione delle solite forze politiche, che si sono dimostrati incapaci di pianificare decentemente la somministrazione dell?acqua e la manutenzione dei sistemi irrigui e potabili.

Uno dei sintomi di questa gestione azzardata e superficiale di una risorsa dall?altissimo valore ecologico ed economico è l'indebitamento dell'Ente di Irrigazione che ha lasciato sul lastrico 200 famiglie di lavoratori, che continuano a lavorare senza stipendio, per non perdere il posto di lavoro e per la mancanza di concrete alternative. In mano a questi operai senza stipendio cè il funzionamento delle dighe Pertusillo, Monte Cotugno, Camastra, Aderenza, Genzano e Basentello. La loro condizione è una vera vergogna nazionale, che passa quasi inosservata sui media locali. È incredibile che la gestione delle dighe al momento sia, di fatto, in mano al "volontariato". Nessun piano di investimento dei proventi derivati dalla vendita dell'acqua è stato destinato al recupero ambientale e alla realizzazione di rimboschimenti che a lungo termine garantiscono la "produzione" di acqua.

Scarsi o nulli gli interventi destinati al risanamento e alla prevenzione di fenomeni di inquinamento del prezioso liquido. Ovunque discariche e scarichi di liquidi inquinanti sporcano in tutta tranquillità i nostri corsi di acqua arricchendo di minerali preziosi e batteri le acque poi destinate al consumo umano diretto e indiretto e infine al mare delle nostre tanto decantate coste marine. Proprio di recente durante un mio viaggio a Matera ho documentato un piccolo corso d'acqua, nei pressi di Ferrandina, dalle acque completamente nere che placidamente scorreva nelle campagne, fino al nostro caro e tranquillo Basento.