lunedì 14 gennaio 2002

Una telefonata prima di morire

Quando lei mi lasciò, le dissi di non chiamarmi, mai più.
Niente telefonate, niente sms, niente, nulla, salvo che non fosse per qualcosa di importante.
Ma veramente importante.
Cosa intendessi per importante non era molto chiaro.
Forse dicendolo non intendevo seriamente, non intendevo qualcosa di estremamente importante.
In fondo sentire ancora la sua dolce voce, fosse stato anche per una banalità, non mi sarebbe dispiaciuto.
La sua stonata voce, dal vago accento straniero, era musica per le mie orecchie. La consapevolezza di non sentirla più, per tutta la mia vita era un forte colpo al cuore, un nodo pesante alla gola.
Ma era necessario che io mi abituassi a farne a meno.
Così decisi di cancellare tutti i numeri di lei, da ogni rubrica, ormai li conoscevo a memoria ma col tempo li avrei dimenticati.
Nulla mi avrebbe dovuto dare la tentazione di chiamarla.
La mia assenza nella vita di lei doveva scendere gelida, come la morte di un vecchio parente lontano: tanto più passa il tempo e tanto più l’assenza di notizie è sinonimo di decesso.
Se c’era dolore, se io ero un vuoto nella sua vita, doveva essere quanto più profondo si possa immaginare.
Cancellai i suoi numeri registrati sul cellulare.
Certo, li conoscevo a memoria, ma ogni volta che lei chiamava, il solo apparire del suo nome era già un’emozione e mi provocava un fremito lungo tutto il mio corpo.
L’averli cancellati era un gesto definitivo, risolutivo, conclusivo.
Era la consapevolezza che non mi sarebbero mai più serviti.
Era la certezza assoluta che non ne avrei mai più avuto bisogno.
Per tutta la mia vita per sempre.
Era la certezza che il mio e il di lei mondo sarebbero stati da allora sempre divisi. La certezza che forse pur percorrendo le stesse strade, sarebbero state percorse in tempi diversi, in direzioni diverse.
Uno all’insaputa dei movimenti dell’altro.
Ma cancellare il suo nome in rubrica, significava anche non avere pregiudizi, non recitare, non tentennare, nel caso lei, per un motivo qualsiasi chiamasse.
Poteva essere utile per rispondere senza paure, ad un numero che da quel momento sarebbe stato un numero qualsiasi, di una persona qualsiasi.
Se lei avesse chiamato avrei risposto con assoluta naturalezza "chi è?".
Non sarebbe stata una risposta preparata, pensata e meditata.
Non volevo che il "chi è?", per quanto fosse fatto bene, contenesse una quantità di energia psichica immensa, un preparativo anche se di soli pochi secondi, da farne capire la sua artificiosità.
E così riposi il mio cellulare là dove ero abituato a portarlo sempre: nel taschino della camicia.
A sinistra, proprio all’altezza del cuore.
Passarono anni.
Lei era ormai un pensiero che ogni tanto andava e veniva quando facevo cose che un tempo facevamo insieme.
Chissà quante volte avevo cancellato e registrato nuovi numeri e nomi in rubrica. Chissà quanta gente era passata nella mia vita.
Non ricordo neanche quanti cellulari dopo, sempre più nuovi e tecnologici.
Un giorno, un giorno qualsiasi, in quell’infinitamente piccolo intervallo di tempo che intercorre tra la ricezione del segnale e lo squillo, mi accorsi di una chiamata in arrivo e alla mente mi balenò un solo rapido pensiero chi sarà?
Non feci in tempo a finire il pensiero e a sentire lo squillo che le onde elettromagnetiche del telefono mi provocarono una fitta profonda nel petto.
Giù fino al cuore, un dolore infinitamente grande.
Stramazzai a terra, senza neanche piegarmi sulle ginocchia.
La faccia nel fango, l’odore della terra bagnata, fu l’ultima mia sensazione olfattiva. Gli occhi spalancati a chiedere aiuto era l’unico movimento che fossi stato capace di fare.
Avevo davanti il telefonino che mi era scivolato dal taschino.
Il display illuminato lampeggiava, ingigantito dalla prospettiva.
L’ultimo pensiero non andò a lei in quanto tale, ma a come in quel momento avrei potuto dire "chi è?" nel modo più naturale possibile.
Anche perché oltre al nome "Nicole Kidman" apparve anche una scritta che diceva "CREPA STRONZO!"

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